Archive for dicembre, 2007

Natale val bene una messa

27 dicembre 2007
Sembra sia diventato di moda andare a messa, almeno a Natale. In preda ad una crisi mistica, molti, fino a poco tempo fa atei dichiarati, vanno a messa almeno per un giorno. Si uniscono così ai tantissimi “cattolici credenti, ma non praticanti”, come si usa dire, che vanno a messa solo a Natale e Pasqua (oltre a funerali e matrimoni).
Il fenomeno della “riconversione” è iniziato qualche anno fa, da quando Giuliano Ferrara si è fatto portavoce degli atei devoti, tra le cui fila si annovera anche l’ex presidente del Senato. Da allora la spiritualità è diventata un fattore distintivo e chi non ce l’ha è sorpassato. Piano piano tutti i politici tradizionalmente atei e/o anticlericali hanno dichiarato di avere una certa sensibilità religiosa. Perfino Bertinotti non è immune da questa tarda conversione, mentre Veltroni, dal canto suo, ha detto di ammirare chi crede. Non è dato sapere se in questi cambiamenti ci sia convinzione profonda o solo convenienza politica.
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Sul caso Binetti si rimanda all’autorevolezza di Eugenio Scalfari. Una proposta per lo statuto del PD: per non ferire troppo le coscienze dei cattolici si potrebbe aggiungere la clausola che chi crede nei “miracoli parlamentari” viene automaticamente espulso dal partito.
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Il diritto ad essere informati

21 dicembre 2007
In seguito alla pubblicazione dell’audio della telefonata tra Berlusconi e Saccà da parte de l’Espresso è riesplosa la polemica sulle intercettazioni. La preoccupazione di buona parte del mondo politico è ora quella di attaccare la magistratura che ha diffuso la telefonata e i giornalisti che l’hanno pubblicata. Non importa che l’intercettazione testimoni una collusione tra politica e informazione inaccettabile in una democrazia. Irrilevante il fatto che il capo dell’opposizione abbia tentato di corrompere senatori della maggioranza. Lo “squallore” – stando alle parole di Casini – sono le intercettazioni, non il loro contenuto. Perfino il Presidente della Camera, pur riconoscendo la gravità del fatto, critica la pubblicazione delle intercettazioni “che non devono essere usate per scopi politici”.
La trasparenza, come si è visto, non è una caratteristica della nostra politica. Troppo spesso si invoca la privacy, quando negli Stati Uniti (dove la privacy è stata inventata) tutto ciò che riguarda la politica è pubblico E quando qualcosa viene nascosto, scoppia subito uno scandalo (vedi Watergate). Perfino la vita privata dei politici è di dominio pubblico. La scappatella di Bill Clinton era materia di dibattito politico, perché egli non era un semplice cittadino, bensì il Presidente degli Stati Uniti.
Forse questo tipo di trasparenza è perfino esagerato, perché a volte può degenerare in una curiosità morbosa. In questo caso, però la vita privata non c’entra. È in ballo la sporavvivenza della democrazia, che vacilla di fronte agli attacchi del capo dell’opposizione. Per questo, i giornalisti hanno il dovere di rendere noto il contenuto di quelle intercettazioni, che dovrebbero essere pubbliche per legge. I cittadini, infatti, hanno diritto ad essere informati, perché solo così possono comportarsi da elettori responsabili.

L’Italia e la sua battaglia di civiltà

18 dicembre 2007

L’Italia è riuscita a fare l’impossibile. E’ riuscita a convincere 104 paesi a votare la moratoria sulla pena capitale. Una battaglia che dura 13 anni, nella faticosa ricerca di una maggioranza che oggi, finalmente, è stata trovata.
Nel Consiglio di Sicurezza, dove le isole Tonga e la Cina hanno lo stesso peso, le risoluzioni vengono di solito approvate o respinte per un pugno di voti. Stasera, invece, la vittoria del sì è stata schiacciante. Il merito è dell’efficace politica diplomatica italiana. Il nostro paese, infatti, ha deciso di proporre una moratoria non vincolante. Questa è stata la mossa vincente. L’abolizione della pena di morte, infatti, può solo avvenire gradualmente. Molti paesi, in questo modo, hanno dato il loro voto alla proposta dell’Italia, mentre la Cina (storica contraria) si è astenuta, per evitare polemiche sulle Olimpiadi di Pechino.
La moratoria non vincolante votata oggi ha un’importanza epocale. È il primo passo verso l’abolizione totale. Si sancisce soprattutto la legittimità dell’Onu ad intervenire nelle faccende interne dei vari stati quando questi violino apertamente i diritti umani fondamentali. E questo vale per tutti i paesi, che si chiamino Cina o Stati Uniti d’America.

Il corteo

16 dicembre 2007

È stato un bel corteo quello di ieri a Vicenza contro l’ampliamento della base americana sull’area dell’aeroporto Dal Molin. Diversamente dalla manifestazione di febbraio è passata quasi inosservata dai media. La partecipazione però c’è stata, almeno quarantamila persone.
Purtroppo, quello che il sindaco Hüllweck tanto desiderava si è puntualmente verificato: le scritte sul nuovo teatro comparse alla fine della manifestazione. La televisione degli industriali (favorevoli alla base) non si è lasciata sfuggire l’occasione: metà del telegiornale di ieri era dedicato al deturpamento del teatro. Poco importa del bellissimo e pacifico corteo di cittadini contrari alla base. Quello che rimane, per TVA e il Comune, sono le scritte. E se basterà poco per cancellare quei segni, il gesto di chi li ha tracciati è comunque grave: l’unica nota stonata della giornata di ieri.
Ora si aspetta una moratoria. In ogni caso, se il governo non può venir meno agli accordi presi con gli americani, si può almeno cercare di spostare la base in un altro posto: più lontano dalla città e dalle falde che danno l’acqua a metà Veneto. Il problema è che fino ad ora nessuno ha ascoltato i vicentini che invano stanno protestando da oltre un anno. Basterebbe un referendum consultivo: anche senza il valore legale, avrebbe comunque un valore morale per chi ha venduto la città agli americani.

La depressione e la cura

15 dicembre 2007

Quest’articolo del New York Times ha fatto molto discutere in questi giorni. Descrive lo stato attuale dell’Italia con un’espressione: in a funk, depressa.
La situazione economico-politica italiana viene rilevata dal’autorevole quotidiano attraverso lo stato d’animo della gente. Gli italiani si sentono infelici. E questo vale più di ogni cifra, di ogni parametro economico astratto. Nel paese della dolce vita, la vita non è più così dolce. È un dato di fatto, registrato da rilevazioni oggettive e soggettive.
I motivi del malcontento sono noti. Il distacco tra la politica e la gente, la diffusione della criminalità organizzata, la crisi economica con i suoi annessi e connessi: perdita di competitività e del potere d’acquisto, precarietà, arretratezza nelle infrastrutture e nelle innovazioni tecnologiche. Tutto questo contribuisce al nostro stato di malessere. Nuoce alla nostra immagine di paese felice, della buona cucina e della grande musica.
Spiace che buona parte del governo non abbia raccolto la sfida. Prodi e Bersani hanno risposto un po’ stizziti che l’Italia non è depressa e che anzi sta meglio di altri paesi europei. Nascondere i problemi che sono sotto gli occhi da tutti non è certo la soluzione giusta. E’ quello che ha fatto Berlusconi per cinque anni: a chi gli rinfacciava la drammatica situazione italiana, rispondeva di venire a visitare l’Italia, un paese bellissimo, pieno di sole, musei e luoghi d’arte (Parlamento Europeo, luglio 2003). Non è da Prodi evitare i problemi (lo si è visto con le sue leggi Finanziarie), quindi questa sua uscita stupisce un po’.
Solo Walter Veltroni ha ammesso che il NYT non ha scritto una cosa infondata, ma ha aggiunto anche che l’Italia ha i fondamentali per farcela; per il Presidente Napolitano lo “spirito animale” degli italiani permetterà al nostro paese di riprendersi. In questa direzione bisogna muoversi: riconoscere la drammatica situazione in cui siamo e fare tutto il possibile per uscirne.

Perché statale e lavoratore non diventi un ossimoro

6 dicembre 2007

Montezemolo ha detto che gli assenteisti del pubblico impiego riducono il PIL di un punto percentuale. Questa uscita del sempre più politico leader della Confindustria non è proprio piaciuta ai sindacati. Il problema, però, esiste, anche se non è l’unica causa del declino economico dell’Italia. La Confindustria, in particolare, farebbe meglio a guardare alle responsabilità dei propri associati: imprenditori che non investono nell’innovazione, che gridano alla crisi e all’assalto dei cinesi ma non fanno nulla per ritornare competitivi sul mercato, se non tagliare i dipendenti.
In ogni caso, la scarsa produttività della pubblica amministrazione è sotto gli occhi di tutti. Poco tempo fa, un giornalista di Repubblica denunciava come un ufficio dell’anagrafe di Roma avesse deciso anticipare di un giorno il ponte dei morti. Ufficialmente, però, impiegati e dirigenti erano tutti in malattia. Casi come questo sono all’ordine del giorno.
La scuola italiana è forse il settore in cui la malattia della pubblica amministrazione è più evidente. La più grande azienda del mondo per numero di addetti (oltre un milione) risente molto della mancanza di regole meritocratiche. Insegnanti che non lavorano hanno stessa retribuzione e stessa paga di chi mette anima e corpo nel proprio lavoro. I dirigenti della scuola (presidi, ispettori, ex provveditori) non hanno alcun strumento per distinguere chi lavora e chi no, né ce lo ha alcun ente indipendente, come invece accade in altri paesi.
La speranza è che siano gli insegnanti stessi a chiedere di essere valutati (e pagati) per quello che sanno e riescono a trasmettere agli studenti. Purtroppo questo non accade. Ogni tentativo di riforma (ultima quella di Berlinguer) in questo senso è stato bloccato da un’alzata di scudi di tutto il corpo docente italiano. Ora finalmente sono stati reintrodotti da Fioroni i concorsi biennali per l’insegnamento, dopo anni di precariato. Almeno entrerà solo chi se lo merita, non il primo in “lista di attesa”. Largo ai giovani che hanno voglia di lavorare.
Ma ci vuole di più. Gli statali dalla coscienza pulita devono chiedere di essere valutati nel proprio operato. Non deve essere una corsa a chi lavora di meno, ma a chi lavora meglio e di più.