Archive for febbraio, 2008

Benvenuti nella III Repubblica

18 febbraio 2008

Chiunque vinca le prossime elezioni, siamo di fronte ad un cambiamento epocale nello scenario politico. Il bipolarismo dei mille partitini a cui la II Repubblica ci aveva abituato si sta trasformando in un sostanziale bipartitismo (PD e PDL) simile a quello delle altre democrazie occidentali. Oltre ai due partiti principali, avranno un ruolo importante il terzo polo centrista (UDC, Rosa Bianca e Udeur) e la Sinistra – L’Arcobaleno, che, a seconda delle alleanze, contribuiranno a dare sostegno parlamentare (difficilmente governativo) a uno dei due partiti maggiori. Il Partito Democratico, che parte svantaggiato in termine di consensi, ha però il vantaggio di poter sfruttare, nel caso di questioni delicate, i voti sia della sinistra (ad esempio per i diritti civili), sia dei centristi (ad esempio per le missioni estere).
Rispetto alle ultime elezioni, solo due anni fa, la scheda elettorale sarà completamente diversa. Gli esiti sono imprevedibili, perché questa volta le urne non daranno un vincitore, ma solo un partito di maggioranza relativa. Probabilmente il capo di questo partito sarà invitato dal Capo dello Stato a formare un governo, previi accordi con le altre forza parlamentari di minoranza. In ogni caso difficilmente torneremo indietro al vecchio sistema. Anche la nuova legge elettorale – che il prossimo governo dovrà necessariamente varare – non farà che rafforzare il bipartitismo di questa III Repubblica.
La mossa di Veltroni di correre da solo, vincente o meno, ha avuto sicuramente il pregio di smuovere positivamente il quadro politico. Tutti i partiti si sono rapidamente adeguati alla scelta del PD. Le rotture, a sinistra come a destra, permettono ai due partiti maggiori di andare verso elezioni con programmi chiari e non eccessivamente mediati. Molti elettori, probabilmente, decideranno di dare un voto utile a uno dei due partiti maggiori. Sarebbe un ulteriore passo in avanti verso l’affermazione di un bipartitismo moderno all’americana.

Yes, we could

7 febbraio 2008

Se Berlusconi va da solo alle elezioni, allora il PD ce la potrebbe fare. Il cambiamento in stile Obama c’è già stato: un partito grande e popolare come il PD che si lascia alle spalle la politica delle coalizioni caravanserraglio e tenta il tutto per tutto correndo da solo, con il suo programma. Dall’altra parte, Berlusconi, che passa per l’innovatore della politica italiana, annaspa: questa volta è lui ad impersonare la vecchia politica. È lui che si candida per la quinta volta consecutiva. È lui che a 71 anni è ancora lì e non si scolla dalla poltrona. È lui che vorrebbe (ri)presentare una coalizione di 18 partiti, che va dai neoguelfi ai neofascisti, passando per pensionati e secessionisti xenofobi.
La vera novità, questa volta, sta nel Partito Democratico. Veltroni ha fatto la sua mossa, vincente o meno lo diranno le urne. E forse non è tutto perduto, come sembrava fino a poche settimane fa. Yes, we could.

Poor Italy

4 febbraio 2008

L’Economist ha dato molta attenzione all’Italia, ultimamente. Per il settimanale britannico, mai tenero con il nostro paese, la crisi di governo rischia di peggiorare ancora la nostra situazione economica. Sorpassati dalla Spagna nel reddito pro capite (a parità di potere d’acquisto), siamo per l’Economist l’economia che cresce di meno in Europa.
Prevedendo un probabile insuccesso di Marini, il settimanale boccia ancora una volta il candidato del centro-destra Silvio Berlusconi, unfit – inadatto – come nel 2001 a guidare l’Italia. Giudica invece positive alcuni risultati del governo Prodi, come il taglio del debito pubblico e l’aumento delle entrate fiscali. Ancora troppo poco per dare slancio all’Italia, bloccata da un settore pubblico che non funziona, specie nel Mezzogiorno, e dalla mancanza di vere liberalizzazioni dal mercato.
La legge elettorale – la poison pill che Berlusconi ha lasciato prima delle ultime elezioni – non ha fatto che accentuare la frammentazione partitica e dare ulteriore instabilità al sistema, malattia cronica dell’Italia (dall’81 quattordici governi, contro i quattro del Regno Unito).
Alle elezioni Berlusconi sembra destinato a vincere, ma per l’Economist Walter Veltroni, correndo da solo con il PD e alleandosi dopo le elezioni con la sinistra, potrebbe avere qualche chances di rimonta.
The Economist, 25/0131/0131/01

Il PD e la Resistenza

3 febbraio 2008

Dimenticare la Resistenza nella carta dei valori del PD sarebbe grave. Una svista a cui è meglio rimediare subito, come ha anche chiesto il segretario Veltroni a Reichlin.
È bene infatti ricordare come senza la Resistenza non ci sarebbe neppure la Costituzione, in cui sono affermati quei valori di libertà, uguaglianza e solidarietà negati dal regime e riaffermati, grazie alla lotta partigiana, dal popolo italiano stesso. La Resistenza non fu soltanto un periodo di transizione tra l’età prefascista e quella postfascista, bensì il collante necessario ad unire i neo-nati partiti, di posizioni diametralmente opposte, affinché risollevassero l’Italia dalle miserie della guerra appena finita. Questa grosse Koalition, formata da una parte dalla DC e dall’altra dal Fronte Popolare, durò dal 1945 al 1948. E la Costituzione della Repubblica Italiana è senz’altro il frutto migliore di questa unione politica, la quale, contemporaneamente alle attività dell’Assemblea Costituente, governava in quasi tutte le città.
Se il PD è nato per rappresentare l’anima socialista e quella cattolico progressista della società italiana, allora non può dimenticare la Resistenza. È in quel periodo della nostra storia che si è creata per la prima volta l’alleanza tra sinistra e cattolici. In seguito, i veti della Chiesa e degli Stati Uniti (come sostiene lo storico Chabod, ma anche Sciascia ne Gli zii d’America) hanno impedito quell’unione di forze progressiste, fino al compromesso storico tra Moro e Berlinguer negli anni ’70 e alla nascita dell’Ulivo nel ’96 ad opera di Romano Prodi.
Il Partito Democratico non è altro che la fusione di quelle forze che sessant’anni fa contribuirono, anche con la lotta armata, a creare l’Italia che conosciamo oggi.
La Resistenza – spesso lo si dimentica – non divide, ma unisce.