Archive for luglio, 2012

Fuoricorso, fuori dal mondo

21 luglio 2012

La polemica sui tagli della spending review all’università ha toccato nuovamente il problema dei fuoricorso. Nuovamente, perché già alcuni mesi fa se ne era parlato in seguito alla frase del viceministro Martone che definiva sfigato chi a 28 anni non è ancora laureato. Questa volta è il ministro Profumo che parla esplicitamente dei quasi 600mila studenti che non hanno completato il ciclo di studi nei tempi previsti dall’ordinamento universitario come di un «problema culturale» dell’università italiana. «I fuori corso all’università – dice il ministro sul Corriere – esistono solo da noi e bisogna cambiare rotta». In effetti la media di età dei neolaureati italiani è superiore alla media europea. E nonostante questo, l’Italia ha ancora meno laureati degli altri stati europei, e quelli che giungono a questo traguardo ci arrivano più tardi rispetto ai loro coetanei, anche se gli ultimi dati dei laureati post-riforma sono incoraggianti.

Che laurearsi tardi sia un problema è ormai accertato da tutti. Ma su dove stiano i motivi di tale ritardo e come si debba procedere per avvicinarci agli standard europei non non vi è omogeneità di vedute. Per gli studenti è chiaro: le tasse troppo alte che costringono molti studenti a fare un lavoro in nero per mantenersi agli studi. Le stesse tasse che ora il ministro vorrebbe (dare la possibilità di) alzare ulteriormente per chi non è al passo con gli esami, come leva economica per limitare il numero dei fuoricorso.

La soluzione del ministro potrebbe anche funzionare, ma siamo sicuri che sia quella giusta? Un problema culturale, per usare le parole del ministro, difficilmente si risolve solo aumentando le tasse. Ci sono caratteristiche specifiche dell’università italiana che hanno facilitato questo numero abnorme di fuoricorso e che non sono mai state toccate in tutte le riforme che si sono succedute negli anni. Sono consuetudini come quella di poter rifiutare un voto perché non si è soddisfatti oppure – risvolto della stessa medaglia – poter dare lo stesso esame più e più volte in attesa dell’agognato diciotto. Pratiche che esistono solo in Italia, retaggio di un’università e da una società molto diverse da quelle che abbiamo ora, ma che manteniamo, nonostante abbiamo adottato nel frattempo il sistema dei crediti e il 3+2, con riforme tanto osteggiate ma che hanno portato finalmente anche la nostra università in Europa.

Poi, certo, c’è una didattica che non funziona come dovrebbe, anche per i tanti tagli che l’università ha dovuto subire in questi anni. Corsi affollati, sempre meno ore di lezione contribuiscono a rendere il nostro percorso universitario più lento e soggetto ad intoppi rispetto agli altri paesi. E quando vengono introdotti modalità per renderlo a forza più lineare con strumenti come la propedeuticità, l’obbligo di frequenza, le prove intermedie, gli appelli unici, questi non sempre vengono accolti bene dagli studenti, e spesso anche dai docenti.

Perché in Italia si pensa che andando all’Università ci si possa finalmente liberare di tutte le consuetudini tipiche della scuola, come l’appello alla mattina, i compiti a casa e le interrogazioni durante l’anno. L’Università da noi è una cosa da grandi e dà finalmente autonomia allo studente, che è libero di scegliere i corsi da fare e i voti da mettere sul libretto. Con il risultato, però, che con tutta questa libertà, ci laureiamo più tardi che negli altri paesi, dove l’università è molto più simile ad un liceo per quanto riguarda l’organizzazione della didattica, con scadenze lungo l’anno, midterm, richiesta di partecipazione in classe ecc…

Di certo non sono i lavoretti della sera o del weekend che impediscono ad uno studente mediamente bravo e diligente di laurearsi in tempo. Li fanno gli studenti di tutto il mondo per mantenersi, anche in paesi con costi della vita molto più alti dei nostri. E chi ha invece un lavoro che lo impegna a tempo pieno, può chiedere lo status di studente lavoratore, con la conseguente diluizione del percorso di studi su più anni.

Il concetto di fuoricorso è innato al nostro modo di concepire l’università, questo è il problema di fondo. Un modo che essere anche più giusto dell’altro, ma che di sicuro è fuori dal mondo.

Voti preclusi

15 luglio 2012

Un’esperienza surreale quella dell’ultima assemblea nazionale. Il principale organo elettivo del partito non può esprimersi su dei documenti presentati regolarmente da membri dell’assemblea. E la spaccatura nel PD di cui hanno raccontato i giornali, più che su documento Bindi, si è vista su un non-voto. È stata la giornata dei voti preclusi, infatti. Ma ironia della sorte Youdem titola uno dei video  “L’assemblea vota l’ordine del giorno di Salvatore Vassallo” (lo fa notare Popolino). Il verbo corretto viene invece usato qui: “L’assemblea esamina l’ordine del giorno Concia-Scalfarotto”, ma in questo caso forse non si sono accorti che erano stati presentati due ordini del giorno distinti. Il primo dei quali era stato firmato – e sarebbe probabilmente stato votato – anche da buona parte della maggioranza PD. Forse era questo il motivo di tanta paura nel procedere con un voto. Comodo è stato invece per la Presidente Bindi dichiarare alla stampa che c’era una minoranza di appena 38 delegati su 1000, quella contraria al suo documento. Purtroppo sui voti preclusi maggioranza e minoranza non si sono potute misurare come avviene invece in qualsiasi assemblea democratica. E a dire la verità non si sono visti neanche i 1000 delegati di cui parlava: la sala era strapiena, ma era molto più piccola rispetto alle ultime assemblee e c’erano un sacco di badge da invitati e giornalisti in giro, mentre sui fogli delle presenze dei delegati ho visto molti spazi bianchi.

Ma aldilà dei numeri e della disastrosa conduzione dell’assemblea, nella mezza bagarre che è scoppiata al termine dell’assemblea, si sono distinti per la calma e compostezza tre interventi, quelli di Paola Concia, Ivan Scalfarotto e Salvatore Vassallo. Dovevano essere dichiarazioni di voto, ma dato che il voto non c’è stato hanno assunto un significato ancora più importante. Da questi interventi veniva fuori il senso più profondo di appartenenza ad un partito. Consapevoli di appartenere ad una minoranza, almeno in quell’assemblea. Ma fieri di rappresentare un’idea che all’interno di un partito democratico dovrebbe trovar pieno spazio.

Quando mi sono iscritto a questo partito sapevo benissimo che non tutti la pensavano come me. Se avessi voluto iscrivermi ad un partito in cui tutti avessero avuto le mie idee mi sarei iscritto ad un partito molto più piccolo, i Radicali, chi lo sa? Ma ho deciso di fare politica e di fare politica a tutto campo confrontandomi con le migliori culture politiche di questo paese. […] E io ho talmente amore per questo partito e questo paese, da pensare che questo Partito e questo Paese non abbiano nulla da invidiare ai migliori partiti socialisti e democratici europei. [Ivan Scalfarotto]

No, non erano “beghe interne” quelle di sabato. Viviamo il PD, per cambiare l’Italia.

Una caldaia per tutti (o tutti per una caldaia?)

7 luglio 2012

La caldaia è il principale strumento di produzione di energia termica che abbiamo nelle nostre case. Ciononostante l’attenzione dei media verso la sostenibilità energetica negli edifici (responsabili di circa 1/3 delle emissioni di gas serra) è spesso più attratta verso tecnologie come il fotovoltaico o il solare termico. Le caldaie in genere, anche se ad alto rendimento come quelle di ultima generazione a condensazione, fanno meno notizia, oppure lo fanno nel modo sbagliato.

Ancora oggi, ad esempio, negli annunci immobiliari si legge spesso “impianto di riscaldamento autonomo” come un elemento di pregio per un’abitazione. Questo è un falso luogo comune che ha radici lontane. A partire dalla crisi petrolifera degli anni ’70 che ha portato all’utilizzo prevalente del gas metano per il riscaldamento domestico, sono state introdotte sul mercato le caldaie di tipo murale che, fino a 35 KW di potenza, possono essere portate anche all’interno dei nostri appartamenti senza particolari accorgimenti. E dato che allora non erano ancora diffusi gli strumenti per monitorare i consumi che abbiamo oggi, gli impianti autonomi sono stati preferiti rispetto a quelli di tipo condominiale, perché lasciavano ad ogni appartamento il pieno controllo sull’accensione dell’impianto e sulla temperatura dell’ambiente, con una conseguente diminuzione degli sprechi dovuti alla gestione collettiva.

Ma è vero che un impianto autonomo è conveniente rispetto ad uno centralizzato? Per i nuovi impianti è vero il contrario. Esistono infatti sistemi per controllare l’utilizzo del riscaldamento per le singole unità abitative che permettono di avere il controllo sui consumi (e quindi anche sulle bollette) in base al reale utilizzo dell’impianto da parte di ogni condomino. I contatori individuali sono obbligatori per gli edifici con riscaldamento centralizzato realizzati dopo il 13 maggio 2000. La gestione condominiale non è più quindi sinonimo di spreco, perché ognuno viene responsabilizzato sui propri consumi energetici. L’impianto centralizzato permette inoltre di avere caldaie di maggiore potenza, che hanno in genere un rendimento più alto rispetto agli impianti autonomi. Il che equivale ad un utilizzo più efficiente dell’energia e ad un risparmio sulla bolletta del gas. Diminuiscono infine i costi di manutenzione, che possono essere divisi per tutti i condomini, e aumenta in generale la sicurezza generale degli impianti, con una diminuzione dei punti di fiamma all’interno dell’edificio. Tutti pregi questi dei tanto vituperati impianti centralizzati, che invece, con le dovute accortezze, possono portare molti miglioramenti sia dal punto di vista dell’efficienza energetica che da quello della convenienza economica.

Ma rispetto alla caldaia centralizzata si può fare un passo ancora più avanti verso una gestione collettiva dell’energia, più sostenibile e più economica. È il caso del teleriscaldamento, che è già sperimentato con successo in molte città. Con questi impianti, le tradizionali caldaie vengono sostituite da centrali a cogenerazione che servono interi quartieri. Queste centrali hanno un’efficienza energetica molto più alta, perché permettono di produrre oltre all’energia termica anche energia meccanica. La prima viene poi distribuita ai condomini, in genere sotto forma di acqua calda, tramite tubazioni sotterranee, mentre la seconda può essere trasformata in elettricità e immessa in rete. A livello di riscaldamento domestico, questo sistema permette recuperare  spazio all’interno dei nostri edifici e tagliare i costi di gestione. Non è più necessario avere una caldaia interna all’edificio, ma basta un semplice scambiatore di calore che trasferisce l’energia termica dalla rete di teleriscaldamento all’impianto domestico. E no, non bisogna andare nel nord Europa per trovare il teleriscaldamento, c’è anche a Vicenza.

scritto per dATI