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La metropoli continentale

2 luglio 2009

L’auditorium di Santa Marta è gremito. Tanti docenti, ma soprattutto tanti studenti sono venuti ad ascoltare la prima conferenza a due dei Workshop 09. I nomi dei relatori sono di primissimo ordine, Flavio Albanese e Yona Friedman. Un accoppiamento insolito, ma azzeccato, come dice il Preside Carnevale nella presentazione. Il primo è direttore di Domus, il secondo è uno dei grandi nomi dell’architettura internazionale. “Futuro abitabile” è il filo conduttore di questa conferenza, il ruolo dell’architettura in un futuro in cui sostenibilità e mobilità sono sempre più importanti.

E proprio l’architettura sembrava avere avuto un nuovo slancio da quando Sarkozy, all’inizio del suo mandato, si era proclamato il Presidente dell’Architettura. Albanese racconta dello scambio di idee avuto la sera prima a cena con Friedman. E riporta la contrarietà di Friedman al progetto di Sarkozy, o di monsieur le President, come lo chiama lui di fare una grande Francia in cui Parigi sia l’unica grande metropoli in Europa, scalzando il primato a Londra. Per Friedman, invece, il futuro è quella di una metropoli diffusa, una grande Europa metropolitana in cui tutte le città sono collegate in tempi rapidi. Albanese introduce e spiega l’importanza di Friedman nel dibattito sull’architettura del futuro. E quando inizia a parlare Friedman in francese, si presta a tradurre e sintetizzare i principali concetti che esprime, in modo che tutta la platea possa comprenderli.

«Il progetto di Sarkozy è scandaloso – dice Friedman – la grande Parigi è stata solo un’operazione immobiliare». Anche il tentativo di trasferire piccole città ecologiche in giro per la Francia non funziona ed è solo un protesto. Fin dal 1960 Friedman propone quella che lui chiama la “città-continente Europa”, dove le città non sono governate da un sistema centrale, ma hanno invece una loro autonomia. «Nei quartieri di Parigi in parte questo sistema esiste già, i municipi su molti aspetti decidono per conto loro». «Ma qual è lo strumento con cui possiamo realizzare questa città-continente Europa? – si chiede Friedman – Ce l’abbiamo già: è il TGV». Il Train à Grande Vitesse mette in comunicazione le città del continente, rendendole di fatto distanti solo poche ore di treno. Londra, Parigi e Bruxelles sono già a meno di due ore di treno tra loro, sono un’unica grande metro poli. Egli auspica da parte della politica due misure che aiuterebbero la piena realizzazione del suo progetto di metropoli europea: un abbassamento dei prezzi degli abbonamenti e un aumento delle corse fino a raggiungere una frequenza di treni paragonabile a quella di una metropolitana. «Sarebbe un atto politico, cambierebbe completamente le regole del mercato del lavoro nella grande metropoli continentale». «La mia donna di servizio, che abita nella banlieue, – racconta – impiega due ore per venire al lavoro, esattamente il tempo che serve in TGV per andare da Londra a Parigi». E in parte questa realtà esiste già in Giappone: il velocissimo Shinkansen ha una frequenza di appena nove minuti. Infine nella sua idea di metropoli continentale, Friedman pensa ad una nuova ricollocazione degli spazi agricoli. «L’agricoltura non deve essere più posta fuori della città, ma dentro di essa, deve essere ripensata come un’attività urbana vera e propria. Penso che la società d’oggi chieda un atto pubblico in questo senso. Non sono un profeta, non posso sapere tutte le conseguenze che potrebbe avere questo progetto, ma lo sento come una cosa assolutamente necessaria».

Friedman passa poi al tema del suo Workshop intitolato “Venezia: fare un città credibile”. «Propongo agli studenti di Venezia tre esercizi per vedere di modificare l’esistente». Il primo riguarda il Ponte della Libertà, che immagina di trasformare in una città ponte, sulla falsariga del suo progetto a Shangai. Un ponte strutturato su due livelli per collegare Mestre a Venezia, su cui creare gli Champs-Elysées veneziani. Il secondo esercizio, invece, mira a realizzare un sistema metro-pedonale sui tetti di Venezia. Prendendo spunto dalle altane dei tetti veneziani, Friedman immagina di collegarle tra loro con una rete di passerelle, creando così dei collegamenti pedonali aerei che attraversano tutta Venezia, collegate a terra con degli ascensori. Un atto politico che per Friedman andrebbe a rivoluzionare la tradizionale mobilità veneziana, riducendo notevolmente i tempi di attraversamento della città. Infine, il terzo esercizio vuole creare delle isole flottanti, abitate da qualche residente e che possono essere portate in giro da rimorchiatori, creando così una sorta di città in movimento.

Esercizi che ci stimolano a ripensare la nostra tradizionale concezione di città. E se queste idee per una nuova Venezia possono sembrare bizzarre e irrealistiche, la grande metropoli continentale è qualcosa verso cui ci stiamo già muovendo. È questo il futuro delle nostre città. Speriamo sia anche abitabile.

L’anno del Palladio

31 maggio 2008

Non fa un bell’effetto la Basilica Palladiana tutta incappucciata proprio nell’anno in cui si festeggia il cinquecentesimo dalla nascita di Andrea Palladio. Un intervento certamente necessario per la salvaguardia del monumento protetto dall’Unesco. Sorprende, però, che i lavori siano iniziati proprio in questo 2008 così speciale. Se non potevano aspettare, fosse sarebbe stato il caso di anticiparli. Almeno per non oscurare uno dei monumenti simbolo della Vicenza palladiana, che i turisti che giungeranno in città quest’anno non potranno ammirare, causa le ingombranti impalcature.
In effetti, tutti gli eventi per questo anniversario sono un po’ sottotono, come se fossero stati improvvisati. Eppure, il Comitato Nazionale per le celebrazioni è stato istituito nel lontano 19 aprile 2005. C’era quindi tutto il tempo necessario per organizzarsi degnamente. C’era anche il precedente dell’Anniversario della nascita di Mantegna, nel 2006. Allora i grandi eventi non erano mancati, e infatti i numeri si erano visti. Le tre grandi mostre a Padova, Verona e Mantova avevano contato oltre 600 mila visitatori, senza contare gli eventi minori. Verrebbe da dire che Sgarbi (presidente del comitato Mantegna) è meglio della Sartori (presidente del comitato Palladio), ma, in ogni caso, per tirare le somme bisognerà aspettare gli inizi del 2009, quando chiuderà la grande mostra ospitata al CISA, che inizia la terza settimana di settembre. Lia Sartori sembra ottimista. E’ contenta perché questa sarà una mostra internazionale, che verrà ospitata anche alla Royal Academy di Londra e negli Stati Uniti.
Ma se Vicenza sarà “leader”, come diceva uno slogan della campagna elettorale, non lo sarà il territorio. Nell’organizzazione di quest’anno palladiano viene a mancare quella sinergia tra più realtà che era stato il punto di forza degli eventi legati all’anno del Mantegna. Non solo Vicenza, quindi, ma anche Padova e Venezia e soprattutto la campagna veneta delle ville. Vicenza, infatti, è certamente il centro dell’opera palladiana, ma non bisogna dimenticare che la grandezza di questo architetto si è vista soprattutto nelle numerose ville sparse in tutto il Veneto, nella sua capacità di mettere insieme proprio tramite la villa l’armonia delle forme rinascimentali, l’uso pratico a controllo della produzione agricola e la valorizzazione del territorio circostante.
Oggi, invece, non c’è raccordo tra la realtà di Palladio architetto in città (Vicenza in primis) e la rete delle ville disseminate sul territorio. Quel territorio oggi è devastato: in parte è andato perduto per sempre, ma per la maggior parte non è abbastanza valorizzato. Come diceva alcuni giorni fa a Villa Caldogno il critico Philippe Daverio, bisognerebbe partire da lì per fare un nuovo Rinascimento, in cui la bellezza e la salvaguardia del patrimonio artistico, del paesaggio e dell’ambiente non sia d’ostacolo alla produttività e l’innovazione tipica del nord-est. Ai tempi del Palladio era così. Cinquecento anni dopo sembra impossibile…Villa Barbaro, Maser (TV), foto di Stefan Bauer

Il loft

6 novembre 2007

Mille metri quadri. Un grande spazio rettangolare, senza stanze né pareti divisorie. Travi a vista. Ingresso sul retro da un portoncino. Posizione centralissima sul Palatino, accanto alla Chiesa di S. Anastasia, con vista sul Circo Massimo.
E’ il nuovo quartier generale del Partito Democratico, scelto da Walter Veltroni in persona. E’ il loft che subentra al Palazzo. Quel Palazzo che ha segnato la storia dei partiti italiani. Che sia quello di Via Botteghe Oscure o Piazza del Gesù non importa. Il Palazzo è simbolo della casta. Là in quelle stanze per anni si sono decise le sorti del Paese, più che in Parlamento. Là si facevano riunioni, là si incontravano le persone che contavano. In tempi di antipolitica, meglio evitarlo.
Così nella nuova sede del PD è tutto aperto, tutto alla luce del sole. Eliminata ogni barriera, la politica torna ad essere trasparente.
Una location nuova, quindi. All’americana, con design e tecnologia all’avanguardia. Poco male che l’affitto costi ventimila euro al mese. L’immagine prima di tutto. E Veltroni sa quanto sia importante la comunicazione visiva, finora dominio incontrastato del Cavaliere.

Per il paesaggio

27 ottobre 2007

Siamo persuasi che nel corso dell’ultimo decennio la distruzione del territorio e del paesaggio e l’attacco all’ambiente sono in Italia dilagati con effetti devastanti. Responsabilità di una legislazione troppo permissiva e delle carenze e debolezze delle strutture di controllo dello Stato; ma soprattutto degli orientamenti espressi dal ceto politico, anche da quello di centro-sinistra, il quale, – in misura crescente anche nelle zone del paese considerate un tempo santuari dell’arte e della cultura, come la Toscana, – ha imboccato, a quanto pare senza sentire ragioni, la strada dell’investimento immobiliare speculativo e delle Grandi opere a ogni costo.
La Rete Toscana dei Comitati per la difesa del territorio, forte dell’adesione ormai di ben centossessantadue Comitati, ritiene che non solo in Toscana ma anche altrove sia necessario estendere, rafforzare, sistematizzare una lotta che parta dal basso, resti solidamente ancorata alle radici e alle economie locali e pure s’estenda secondo il modello della rete e, progressivamente, Comune per Comune, Regione per Regione, fino ad abbracciare l’intero territorio nazionale.
Sommando l’una all’altra le emergenze territoriali, di cui esiste ormai un’ampia documentazione, – migliaia di casi, che riguardano le grandi città e le campagne, le coste e il territorio collinare, i beni culturali e quelli paesistici, il problema dei rifiuti e quello dell’energia, – viene fuori, infatti, il quadro di una vera e propria emergenza nazionale, forse in questo momento della vera emergenza nazionale.
Non si tratta, del resto, di un impegno solo difensivo. E’ nostra convinzione, infatti, che territorio, ambiente e paesaggio possano essere alla base di un diverso modello di sviluppo, produttore di una ricchezza durevole, e in grado di consegnare alle generazioni future una migliore qualità e una maggiore quantità di risorse.
Salvare il territorio italiano e il suo patrimonio storico, paesaggistico e culturale, difendere l’ambiente e il territorio, che è un bene comune, da speculazioni e interessi privati e dall’intreccio di affari, politica e istituzioni, che caratterizza pesantemente questa fase della vita pubblica italiana, è un compito gigantesco, che va affrontato subito, perché non sia troppo tardi…
Coloro che sottoscrivono questa dichiarazione fanno appello a quei cittadini, che ovunque si organizzano in Italia localmente nelle forme dei Comitati spontanei e volontari e delle Associazioni, perché uniscano le loro forze e le organizzino nelle Reti dei Comitati locali e regionali, che a loro volta si uniscano e si organizzino in una Rete delle Reti, capace d’essere interlocutore autorevole dei poteri locali e centrali in tutti i punti della carta geografica italiana.
Solo ripartendo dal basso, solo difendendo il territorio in tutti i suoi punti, solo unificando tutte le forze disponibili, sociali e intellettuali, si può pensare di affrontare e vincere questa battaglia di cittadinanza e di democrazia.

Primi firmatari:Alberto Asor Rosa, Mario Torelli, Alvise Serego Alighieri, Vezio De Lucia, Carlo Ripa di Meana, Paolo Baldeschi, Vieri Quilici, Alberto Pizzati, Bernardo Rossi Doria, Gaia Pallottino, Paolo Berdini, Benedetta Origo, Valentino Podestà, Nino Criscenti, Ornella De Zordo, Giorgio Pizziolo, Cosimo Marco Mazzoni, Francesco Vallerani, Gianfranco Di Pietro, Claudio Greppi, Cinzia Mammolotti , Andrea Zanzotto, Mario Rigoni Stern, Bruno Toscano, Gianluigi Colalucci, Bruno Zanardi, Daniela Bartoletti, Pino Guzzonato, Edoardo Salzano.

Inviare le sottoscrizioni a: toscanacomitati@libero.it

La sfida del nuovo bello

12 ottobre 2007

«Architetti, tocca a voi rifare il mondo.» Così, poco meno di un mese fa, il Presidente francese Sarkozy poneva l’attenzione del mondo della politica sull’architettura, e più in generale sull’arte. Ritornare ad osare, nel segno di un’architettura «umana, sensibile, creativa, attenta alle caratteristiche di ciascun territorio, alle particolarità del clima e dei paesaggi naturali.»
E’ un uomo di destra a parlare. Parla di identità della Francia, espressa tramite l’architettura. Ma al tempo stesso ricorda che «identità non è sinonimo di chiusura.» La cultura è universale, e in essa si fondono le diverse culture.
In Italia, su questo tema come in molti altri, siamo molto indietro rispetto ai cugini d’oltralpe. La priorità, in questo momento, è la salvaguardia del nostro patrimonio artistico, che in questi anni è stato più volte minacciato da leggi criminali. Condoni, abusivismo edilizio, mancanza di fondi: è l’Italia S.p.a, per citare il titolo di un libro di Salvatore Settis sull’assalto al nostro patrimonio culturale.
Verrà il momento, però, in cui in anche in Italia dovremo parlare di innovazione nell’arte e nella cultura. Non basta l’antico, da cui siamo circondati e che dobbiamo proteggere e valorizzare. Dobbiamo dare spazio anche al contemporaneo, cominciando per esempio dall’architettura. I nostri grandi architetti, da Piano a Fuksas, costruiscono in tutto il mondo, da noi poco. Quando c’è da costruire qualcosa di nuovo, di importante, non si osa mai. Si preferisce un finto antico, un mattone mimetico, indefinito, per non “alterare l’equilibrio artistico delle città”. Contemporaneamente, si verifica il degrado delle nostre periferie. Lì il cemento è soffocante. Palazzoni anonimi, condomini sovraffollati. Di verde neanche a parlarne.
La prossima sfida, sconfitto ogni conservatorismo, è quindi poter vedere il nuovo bello. Per educare alla moderna estetica, bisogna iniziare a dare spazio alla creatività degli artisti, a partire proprio da una nuova urbanistica, innovativa, rispettosa della natura e a misura d’uomo.
Politici, imprenditori, amministratori: iniziate ad osare.