Archive for the 'economia' Category

Poor Italy

4 febbraio 2008

L’Economist ha dato molta attenzione all’Italia, ultimamente. Per il settimanale britannico, mai tenero con il nostro paese, la crisi di governo rischia di peggiorare ancora la nostra situazione economica. Sorpassati dalla Spagna nel reddito pro capite (a parità di potere d’acquisto), siamo per l’Economist l’economia che cresce di meno in Europa.
Prevedendo un probabile insuccesso di Marini, il settimanale boccia ancora una volta il candidato del centro-destra Silvio Berlusconi, unfit – inadatto – come nel 2001 a guidare l’Italia. Giudica invece positive alcuni risultati del governo Prodi, come il taglio del debito pubblico e l’aumento delle entrate fiscali. Ancora troppo poco per dare slancio all’Italia, bloccata da un settore pubblico che non funziona, specie nel Mezzogiorno, e dalla mancanza di vere liberalizzazioni dal mercato.
La legge elettorale – la poison pill che Berlusconi ha lasciato prima delle ultime elezioni – non ha fatto che accentuare la frammentazione partitica e dare ulteriore instabilità al sistema, malattia cronica dell’Italia (dall’81 quattordici governi, contro i quattro del Regno Unito).
Alle elezioni Berlusconi sembra destinato a vincere, ma per l’Economist Walter Veltroni, correndo da solo con il PD e alleandosi dopo le elezioni con la sinistra, potrebbe avere qualche chances di rimonta.
The Economist, 25/0131/0131/01

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La depressione e la cura

15 dicembre 2007

Quest’articolo del New York Times ha fatto molto discutere in questi giorni. Descrive lo stato attuale dell’Italia con un’espressione: in a funk, depressa.
La situazione economico-politica italiana viene rilevata dal’autorevole quotidiano attraverso lo stato d’animo della gente. Gli italiani si sentono infelici. E questo vale più di ogni cifra, di ogni parametro economico astratto. Nel paese della dolce vita, la vita non è più così dolce. È un dato di fatto, registrato da rilevazioni oggettive e soggettive.
I motivi del malcontento sono noti. Il distacco tra la politica e la gente, la diffusione della criminalità organizzata, la crisi economica con i suoi annessi e connessi: perdita di competitività e del potere d’acquisto, precarietà, arretratezza nelle infrastrutture e nelle innovazioni tecnologiche. Tutto questo contribuisce al nostro stato di malessere. Nuoce alla nostra immagine di paese felice, della buona cucina e della grande musica.
Spiace che buona parte del governo non abbia raccolto la sfida. Prodi e Bersani hanno risposto un po’ stizziti che l’Italia non è depressa e che anzi sta meglio di altri paesi europei. Nascondere i problemi che sono sotto gli occhi da tutti non è certo la soluzione giusta. E’ quello che ha fatto Berlusconi per cinque anni: a chi gli rinfacciava la drammatica situazione italiana, rispondeva di venire a visitare l’Italia, un paese bellissimo, pieno di sole, musei e luoghi d’arte (Parlamento Europeo, luglio 2003). Non è da Prodi evitare i problemi (lo si è visto con le sue leggi Finanziarie), quindi questa sua uscita stupisce un po’.
Solo Walter Veltroni ha ammesso che il NYT non ha scritto una cosa infondata, ma ha aggiunto anche che l’Italia ha i fondamentali per farcela; per il Presidente Napolitano lo “spirito animale” degli italiani permetterà al nostro paese di riprendersi. In questa direzione bisogna muoversi: riconoscere la drammatica situazione in cui siamo e fare tutto il possibile per uscirne.

Perché statale e lavoratore non diventi un ossimoro

6 dicembre 2007

Montezemolo ha detto che gli assenteisti del pubblico impiego riducono il PIL di un punto percentuale. Questa uscita del sempre più politico leader della Confindustria non è proprio piaciuta ai sindacati. Il problema, però, esiste, anche se non è l’unica causa del declino economico dell’Italia. La Confindustria, in particolare, farebbe meglio a guardare alle responsabilità dei propri associati: imprenditori che non investono nell’innovazione, che gridano alla crisi e all’assalto dei cinesi ma non fanno nulla per ritornare competitivi sul mercato, se non tagliare i dipendenti.
In ogni caso, la scarsa produttività della pubblica amministrazione è sotto gli occhi di tutti. Poco tempo fa, un giornalista di Repubblica denunciava come un ufficio dell’anagrafe di Roma avesse deciso anticipare di un giorno il ponte dei morti. Ufficialmente, però, impiegati e dirigenti erano tutti in malattia. Casi come questo sono all’ordine del giorno.
La scuola italiana è forse il settore in cui la malattia della pubblica amministrazione è più evidente. La più grande azienda del mondo per numero di addetti (oltre un milione) risente molto della mancanza di regole meritocratiche. Insegnanti che non lavorano hanno stessa retribuzione e stessa paga di chi mette anima e corpo nel proprio lavoro. I dirigenti della scuola (presidi, ispettori, ex provveditori) non hanno alcun strumento per distinguere chi lavora e chi no, né ce lo ha alcun ente indipendente, come invece accade in altri paesi.
La speranza è che siano gli insegnanti stessi a chiedere di essere valutati (e pagati) per quello che sanno e riescono a trasmettere agli studenti. Purtroppo questo non accade. Ogni tentativo di riforma (ultima quella di Berlinguer) in questo senso è stato bloccato da un’alzata di scudi di tutto il corpo docente italiano. Ora finalmente sono stati reintrodotti da Fioroni i concorsi biennali per l’insegnamento, dopo anni di precariato. Almeno entrerà solo chi se lo merita, non il primo in “lista di attesa”. Largo ai giovani che hanno voglia di lavorare.
Ma ci vuole di più. Gli statali dalla coscienza pulita devono chiedere di essere valutati nel proprio operato. Non deve essere una corsa a chi lavora di meno, ma a chi lavora meglio e di più.

Un’economia sociale

23 novembre 2007

Quale paese è migliore per gli affari? Una ricerca del Forum Economico Mondiale prova a rispondere a questa domanda. I risultati sono pubblicati sul Time di questa settimana.
La valutazione delle economie dei vari paesi si basa sull’indice di competitività. Primi in classifica, ovviamente, gli Stati Uniti. La vittoria è dovuta soprattutto a punteggi molto alti nel tasso di investimenti di capitali, grandezza del mercato interno e flessibilità del lavoro (licenziamenti facili). Seconda, la Svizzera che pure ha una tassazione molto favorevole per le imprese. Stupiscono, però, il terzo e quarto posto, Danimarca e Svezia rispettivamente. Qui c’è la pressione fiscale più alta del mondo e una delle legislazioni che tutela maggiormente i lavoratori. Sembra incredibile, ma è così. La competitività di un paese non è necessariamente a discapito dei lavoratori, anzi.
In 14 anni la Danimarca sì è trasformata. Era un paese in difficoltà, con un alto tasso di disoccupazione. Politici di destra e sinistra hanno allora convenuto che occorreva dare più sicurezza sociale. Basta con il liberismo, che fino ad allora aveva contraddistinto l’economia danese. Meglio investire nel welfare, nella sanità, nell’istruzione. In questo modo anche l’economia si è ripresa.
Il modello danese ci mostra quindi come sia possibile coniugare libertà economica e tutela sociale. E come questo sia, a lungo termine, molto più efficace di un liberismo senza regole. La crisi dei mutui negli USA lo dimostra.

La decrescita felice

15 novembre 2007

La nostra felicità dipende da quanto consumiamo. Il benessere di un paese viene infatti misurato in base al Prodotto Interno Lordo. E la crescita del PIL dipende dagli scambi commerciali. Più si consuma, più il PIL sale. In questo modo se io butto via un telefonino, per comprarne uno più nuovo, ho fatto girare l’economia. Gli imprenditori sono contenti: hanno guadagnato. I sindacati pure: si creano posti di lavoro. Il consumo, quindi, anche il più sfrenato e senza senso, contribuisce alla nostra felicità.
Ma è proprio vero che la felicità dipende dai consumi? O è solo quello che ci viene fatto credere, specie verso Natale?
Se io mi faccio il pane in casa posso anche divertirmi. Le dosi della farina, di acqua, di lievito. Poi l’impasto a mano, o più semplicemente una macchina del pane. Ho risparmiato (quasi 3€ al kg) e ho inquinato di meno (dal panettiere o al supermercato sarei andato in macchina) e spesso mangio qualcosa di qualità superiore. Questo mia semplice abitudine non influisce sul PIL, non lo fa crescere. E la crescita zero o la crescita negativa è quello contro cui lottano tutti i governi. Con la mia pagnotta auto-prodotta ho compiuto un gesto sovversivo?
Forse. Ma mi sento più libero, meno schiavo di una società che mi obbliga a consumare. E anche più felice.
Quello che ho cercato di spiegare (male), si trova in:
Maurizio Pallante, La decrescita felice – la qualità della vita non dipende dal PIL, Editori Riuniti
wwww. decrescitafelice.it