Archive for the 'Politica' Category

Insulti in casa PDL

27 settembre 2009

«Sei un provocatore, sei un antifascista»

Succede alla Festa della Libertà a Milano.

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Volontariato

23 settembre 2009

Quarantamila euro lordi l’anno? Praticamente volontariato.

Gianni De Michelis a proposito del suo nuovo incarico di consulente del ministro Brunetta.

Per fortuna che ci sono i ventenni.

22 settembre 2009

Il figlio batte il padre. E forse lo convince.

Un senso a questa parola

18 settembre 2009

La sinistra è meglio farla con i programmi, anziché con gli slogan.

Edmondo Berselli, Il problema Bersani, «L’espresso», 24.09.2009

Ignazio è avanti

16 settembre 2009

Leggendo Luciano Gallino stamane mi sono chiesto dove ne avevo già sentito parlare di questo reddito di cittadinanza: lavoro, merito ed equità sociale. No, non è fantacomunismo. Sta scritto anche qui.

I cavalli che tornano a gara

14 giugno 2009

Scrive oggi Eugenio Scalfari su “Repubblica”:

Ci sono almeno tre esigenze generalmente avvertite: la prima è quella di radicare il partito nel territorio, la seconda è di selezionare una classe dirigente nuova, la terza riguarda la vecchia nomenclatura composta da quelli che guidarono i vari spezzoni confluiti nel Pd. I membri di quella nomenclatura non sono affatto da ostracizzare; rappresentano tuttora un deposito di esperienze, memorie, valori. Ma dovrebbero riporre ambizioni e pretese rassegnandosi ad un ruolo che resta peraltro di notevole importanza: ruolo di padri e di zii, ruolo di saggezza e incoraggiamento, non di comando e di intervento.
Quando Veltroni si dimise, con lui fece un passo indietro l’intero vecchio gruppo dirigente e questo fu l’aspetto positivo di quella drammatica ma ormai necessaria decisione. Sembra tuttavia che ora quel collettivo passo indietro sia rimesso in discussione e si riaccendano tra gli zii sentimenti di rivalsa e nuovi fuochi di battaglia.
“Come cavallo che uso alla vittoria / a tarda giovinezza e controvoglia / tra carri veloci torna a gara”: così cantava Ibico. Controvoglia non so, ma certo il tornare a gara di tutta la vecchia nomenclatura sbarra la strada al necessario rinnovamento e riaccende eterne dispute che un corpo sano e robusto potrebbe sopportare ma un corpo debilitato non tollera rischiando la sua stessa sopravvivenza.

Non so, in realtà, se siano tanto “usi alla vittoria” questi cavalli della vecchia nomenklatura. Fino ad adesso solo Romano Prodi è riuscito a battere (per ben due volte) il Cavaliere. Ora Prodi – giustamente – si è fatto da parte. Quanto dobbiamo aspettare perché anche gli altri vecchi lascino il posto a qualche volto nuovo? In fondo, l’elettorato l’ha fatto capire in tutti i modi che vuole il rinnovamento. Basta guardare alle primarie di Firenze o ai risultati della Serracchiani nella circoscrizione nordest. Oppure all’ennesimo sondaggio che gira sul web sul futuro leader del PD. Bindi, Bersani, Cacciari, Chiamparino, De Benedetti, Finocchiaro, Franceschini, Letta, Melandri, Prodi, Renzi, Rutelli, Serracchiani, Veltroni. Indovinate chi vince?

All the right of the world

24 maggio 2009

Il Premier Silvio Berlusconi si ostina a non rispondere alle dieci domande che Repubblica gli ha posto sul caso Noemi. Domande legittime in qualsiasi paese democratico, perché intendono chiarire una vicenda che ha molti lati oscuri, su cui Berlusconi ha rilasciato dichiarazioni parziali e contraddittorie.

Il Guardian nei giorni scorsi ha pubblicato un editoriale intitolato “In praise of… La Repubblica” in cui elogia il lavoro di Repubblica e difende il diritto della stampa di porre quelle domande al Presidente del Consiglio.

Nessun altro leader democratico avrebbe potuto ignorare i quesiti su questa amicizia nel modo in cui lo ha fatto Berlusconi. [….] Finora, il suo solo gesto per dare spiegazioni è stato di apparire in un talk show il cui ossequioso presentatore gli ha lasciato pronunciare un monologo autogiustificativo. Ma quando un giornalista di Repubblica ha provato a fargli una domanda questa settimana, Mr. Berlusconi ha perso le staffe. “Che diritto ha di fare domande?”, ha gridato. La risposta, in una società democratica, deve essere: “Tutti i diritti del mondo”. Repubblica sta combattendo una battaglia solitaria e merita sostegno.

Tra satira e politica

13 luglio 2008

Quando i comici si trasformano in politici, quando iniziano ad arringare la folla sull’onda del successo, quando usano la satira per trovare consensi, inevitabilmente anche una manifestazione dagli intenti assolutamente condivisibili degenera in uno spettacolo imbarazzante e controproducente. Quello che è avvenuto a Piazza Navona ne è la riprova.

Protestare contro l’ennesima legge ad personam, contro un premier che si occupa solamente delle sue vicende giudiziarie personale è un diritto sacrosanto. Questo volevano, principalmente, le ottantamila persone che hanno risposto all’appello dell’Italia dei Valori e di Micromega e sono scese in piazza per manifestare. Il palco della manifestazione, però, non è stato all’altezza del compito. Un po’ era prevedibile, e, infatti, la scelta di Walter Veltroni di non partecipare è stata, a posteriori, lungimirante. Di Pietro, di fronte alla folla aizzata dai vari Guzzanti e Grillo, si è trovato un po’ imbarazzato. Non poteva ricusare quella piazza, costituita in gran parte da suoi elettori, ma di certo non si è trovato a suo agio quando venivano attaccati il Papa e il Presidente della Repubblica.

Parlare schiettamente, infatti, non vuol dire trascendere i limiti della decenza che spettano al politico. Se l’indignatio è da secoli una delle muse della satira, se pure la sboccataggine è uno degli ingredienti propri del linguaggio satirico, la politica deve comunicare in modo diverso. E il comico dovrebbe esserne consapevole. Il suo compito è smascherare i vizi della politica, denunciarne le mancanze, prendere in giro il politichese. La separazione tra satira e politica deve essere netta, altrimenti non si può più parlare di satira. Grillo e la Guzzanti hanno perso ogni vis comica, utilizzando il linguaggio della satira per fare politica. Da qui alla demagogia il passo è breve. È molto pericoloso, infatti, utilizzare il consenso popolare per far leva sulla “crisi di rappresentanza” diffusa tra la gente. Si cade inevitabilmente nell’antipolitica, pericolosa tanto quanto la politica corrotta che la vera satira deve denunciare.

D’altronde, la tentazione di fare politica per un comico è fortissima. Lo racconta bene Michele Serra, parlando dell’esperienza di Cuore. Sull’onda del consenso popolare, il comico tende a riempire il vuoto che la politica ha lasciato tra la gente. La Redazione di Cuore – scrive Serra – è riuscita a non cedere a questa tentazione per la consapevolezza che “il linguaggio della politica era troppo differente, per fini e per mezzi, dal nostro. Non voglio dire migliore o peggiore: diverso, profondamente diverso.” E se i comici, come tutti i cittadini, hanno diritto di fare politica, “non possono pretendere che la politica, che ha una sua grammatica e una sua sintassi, accetti una colonizzazione culturale così impetuosa e immediata, saltando tre o quattro passaggi logici in un battere di mani. Non possono confondere il loro successo (meritato) con il consenso politico, che è una stratificazione faticosa almeno quanto il successo artistico.”

Il comico che si fa politico tende poi ad acquisire alcuni dei difetti propri della politica, quello di confondere gli ambiti. Che c’azzecca il Papa con le leggi ad personam? Una volta tanto (ma forse questa volta sarebbe stato utile) non ha detto neanche la sua. Che c’azzecca anche il Presidente Napolitano? Più lo si tira per la giacca, meno può fare, nei suoi limitati poteri, per proteggere lo Stato dagli assalti della destra. E questi attacchi, oltre che immotivati, sono anche assolutamente controproducenti. Dimostrano cosa accade quando la satira si sostituisce alla politica. Di Pietro se ne renda conto e ritorni a fare politica.

Il voto di chi non vota

6 aprile 2008

Manifesto elettorale 1948A sessant’anni dalle prime elezioni politiche della storia repubblicana, l’astensionismo rimane ancora un problema. Nonostante l’Italia abbia un tasso di affluenza alle urne superiore alla media dei paesi più avanzati, il non-voto è determinante per l’esito delle elezioni. Se possiamo dirci fortunati rispetto agli Stati Uniti d’America, una democrazia in cui vota solo il 40% degli aventi diritto, l’astensionismo è comunque una grande incognita. Il non-voto, lo dicono tutti i sondaggisti, può veramente determinare la vittoria o la sconfitta di uno schieramento. E se nel ’48 gli indecisi erano orientati verso la destra, oggi succede l’opposto.
L’antipolitica a quel tempo richiamava i voti della destra critica nei confronti della DC. Gli insofferenti avevano, però, un partito, l’Uomo Qualunque. O meglio un non-partito, nato nel ’46 e sciolto all’indomani delle elezioni del ’48, in cui si era presentato con i liberali all’interno del Blocco Nazionale. ll suo leader, Guglielmo Giannini aveva pure molte somiglianze con Beppe Grillo. Di professione era attore. Non aveva un blog, ma un popolare giornale; aveva molti seguaci, che si riunivano nei “nuclei qualunquisti”, gli odierni meet-up; storpiava pure lui i nomi dei politici e si riconosceva nel motto “abbasso tutti”. Qualunquista, appunto. Le somiglianze, però, finiscono qui. Il suo giornale fu chiuso perché considerato filo-fascista. Il partito morì nel giro di due anni, i suo voti assorbiti dai liberali e dal nascente MSI.
Fu proprio la scelta di fare un partito che determinò la morte la morte del movimento qualunquista. Oggi, Beppe Grillo è stato più furbo. Non si è presentato alle elezioni politiche, che di certo avrebbero decretato la sconfitta del suo partito, ma solo a quelle amministrative. L’azione contestatrice di Grillo si è invece mossa nella direzione dell’astensionismo attivo. A differenza dell’astensionismo tradizionale, formato perlopiù da indifferenti alla vita politica, l’astensionismo attivo interessa una fascia della popolazione informata e spesso politicamente coinvolta. Ilvo Diamanti li suddivide in tre categorie principali: i vaffa (i grillini, appunto), i tradizionalisti (orfani della DC e del PCI) e i radical (insofferenti della politica veltroniana, troppo ma-anchista). A differenza, del ’48 rappresentano, per la maggior parte, mancati elettori della sinistra, specie del Partito Democratico. Se molti indecisi – i delusi dal governo Prodi Manifesto elettorale 1948– forse alla fine andranno alle urne, gli astensionisti attivi alle urne ci andranno eventualmente per rifiutare la scheda, il nuovo fenomeno pubblicizzato dalla Rete.
Nel ’48 era la DC a temere il non-voto delle classi popolari: la propaganda basata sul pericolo rosso (Berlusconi non si è inventato nulla) era destinata proprio a queste persone. Oggi è Veltroni a lottare contro l’astensionismo, cercando di rompere con il passato ed i tradizionali schemi politici. Riconquistare gli indecisi è la sfida dell’ultima settimana di campagna elettorale.

Il PD e l’industriale

9 marzo 2008
La candidatura di Massimo Calearo come capolista del Partito Democratico nella circoscrizione Veneto 1 ha scatenato le proteste di molti elettori, specialmente a Vicenza. Evidentemente questa candidatura romana, non è stata compresa nella città in cui Calearo è stato Presidente dell’Associazione degli Industriali che hanno invitato Berlusconi a parlare nella scorsa campagna elettorale. Calearo è, inoltre, in netto contrasto con il centro-sinistra e il PD cittadino su molte questioni locali, come ad esempio il Dal Molin. Leggendo, inoltre, le sue dichiarazioni si capisce che l’ex presidente di Federmeccanica è certamente più vicino a posizioni di centro-destra. Per la cronaca, alle ultime elezioni ha votato UDC (è già qualcosa…)
Ciononostante ha accettato la proposta di Veltroni. Difficilmente l’ha fatto solo per la poltona, che avrebbe, invece, avuto assicurata (almeno stando ai sondaggi) candidandosi con Berlusconi. Calearo ha fatto una scelta di campo, perché “il PD rappresenta in questo momento il cambiamento”.
Questo deve far riflettere. È importante che anche quella fetta di elettorato costituita da imprenditori e artigiani inizi a non credere più a Berlusconi. In fondo, la destra in cinque anni di governo non ha fatto quasi niente per queste categorie, mentre la semplificazione della pubblica amministrazione, le liberalizzazioni e il taglio del cuneo fiscale sono tutte misure prese dal centrosinistra.
Ben venga quindi anche Calearo, se riesce a convicere i suoi colleghi a votare il PD, questa volta libero da accordi con la sinistra radicale. Il problema che sorgerebbe dalla presenza in lista anche di figure del mondo operaio non sussiste. In fondo, il PD resta comunque un partito di sinistra riformista anche con Calearo candidato.