Archive for the 'Partito Democratico' Category

Voti preclusi

15 luglio 2012

Un’esperienza surreale quella dell’ultima assemblea nazionale. Il principale organo elettivo del partito non può esprimersi su dei documenti presentati regolarmente da membri dell’assemblea. E la spaccatura nel PD di cui hanno raccontato i giornali, più che su documento Bindi, si è vista su un non-voto. È stata la giornata dei voti preclusi, infatti. Ma ironia della sorte Youdem titola uno dei video  “L’assemblea vota l’ordine del giorno di Salvatore Vassallo” (lo fa notare Popolino). Il verbo corretto viene invece usato qui: “L’assemblea esamina l’ordine del giorno Concia-Scalfarotto”, ma in questo caso forse non si sono accorti che erano stati presentati due ordini del giorno distinti. Il primo dei quali era stato firmato – e sarebbe probabilmente stato votato – anche da buona parte della maggioranza PD. Forse era questo il motivo di tanta paura nel procedere con un voto. Comodo è stato invece per la Presidente Bindi dichiarare alla stampa che c’era una minoranza di appena 38 delegati su 1000, quella contraria al suo documento. Purtroppo sui voti preclusi maggioranza e minoranza non si sono potute misurare come avviene invece in qualsiasi assemblea democratica. E a dire la verità non si sono visti neanche i 1000 delegati di cui parlava: la sala era strapiena, ma era molto più piccola rispetto alle ultime assemblee e c’erano un sacco di badge da invitati e giornalisti in giro, mentre sui fogli delle presenze dei delegati ho visto molti spazi bianchi.

Ma aldilà dei numeri e della disastrosa conduzione dell’assemblea, nella mezza bagarre che è scoppiata al termine dell’assemblea, si sono distinti per la calma e compostezza tre interventi, quelli di Paola Concia, Ivan Scalfarotto e Salvatore Vassallo. Dovevano essere dichiarazioni di voto, ma dato che il voto non c’è stato hanno assunto un significato ancora più importante. Da questi interventi veniva fuori il senso più profondo di appartenenza ad un partito. Consapevoli di appartenere ad una minoranza, almeno in quell’assemblea. Ma fieri di rappresentare un’idea che all’interno di un partito democratico dovrebbe trovar pieno spazio.

Quando mi sono iscritto a questo partito sapevo benissimo che non tutti la pensavano come me. Se avessi voluto iscrivermi ad un partito in cui tutti avessero avuto le mie idee mi sarei iscritto ad un partito molto più piccolo, i Radicali, chi lo sa? Ma ho deciso di fare politica e di fare politica a tutto campo confrontandomi con le migliori culture politiche di questo paese. […] E io ho talmente amore per questo partito e questo paese, da pensare che questo Partito e questo Paese non abbiano nulla da invidiare ai migliori partiti socialisti e democratici europei. [Ivan Scalfarotto]

No, non erano “beghe interne” quelle di sabato. Viviamo il PD, per cambiare l’Italia.

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La vera festa la fanno i volontari

22 giugno 2011

Domenica sera si è conclusa la seconda Festa democratica provinciale di Schio, la quarta organizzata in Provincia di Vicenza da quando è nato il Partito Democratico nel 2007. Queste feste, che sono un’antica consuetudine in regioni come l’Emilia Romagna o la Toscana, sono ormai diffuse anche nelle regioni del nord e nella nostra provincia. Solo il Partito Democratico può vantare infatti un calendario di oltre 2000 feste all’anno in tutt’Italia, da quelle organizzate da piccoli circoli locali fino alla grande festa nazionale che quest’anno si svolgerà per due settimane a fine agosto a Pesaro. Alla Lega che pretendeva tempo fa di essere l’unico partito popolare, Bersani ha risposto così: “se mi chiedono quanto deve costare uno spiedino per non rimetterci, io glielo so dire… lo chiedano a Berlusconi…”. E l’abbiamo visto anche alla Festa di Schio, dove non si sono mangiati solo spiedini, ma anche paella, frittura di pesce, orecchiette con le cime di rapa e tanti altri piatti degni dei migliori ristoranti.

Gli amici di Iodemocratico facevano notare come dopo la vittoria alle amministrative e al referendum si sarebbero aspettati un po’ più di pubblico alla festa di Schio; capovolgendo il famoso adagio: “urne piene, piazze vuote”. Se fosse sempre così, potremmo veramente metterci la firma. In realtà, credo non ci si possa troppo lamentare dell’affluenza di pubblico. Si è vista parecchia gente alla Festa di Schio, venuta per conoscere esponenti di spicco della politica nazionale come Enrico Letta, Dario Franceschini, Paola Concia e Debora Serracchiani oppure semplicemente per passare del tempo in buona compagnia. Tutti i dibattiti serali sono stati molto seguiti. In particolare l’evento conclusivo con Debora Serracchiani ha registrato la presenza di oltre quattrocento persone, molte delle quali rimaste in piedi all’interno e all’esterno del tendone principale della Festa. Un po’ meno bene  sono andati gli scontrini dei pasti, complice forse la crisi e i prezzi necessariamente alti per sostenere gli alti costi dell’organizzazione.

Ma io credo che la questione centrale non sia tanto il pubblico che è venuto per passare una serata alla Festa, quanto il gruppo che si è formato all’interno dei tantissimi volontari che hanno lavorato per la realizzazione di questa festa. Perché durante la festa non c’era il catering, neanche il service audio, ma solo il lavoro di tantissimi militanti, giovani e meno giovani, che hanno dato veramente anima e corpo per la riuscita della festa. E segnaliamo che non c’è stata solo una straordinaria presenza di giovani (e il ringraziamento va in particolare ai Giovani Democratici del Thienese), ma anche e soprattutto un gioco di squadra tra le vecchie leve e i giovani militanti che hanno lavorato assieme in questi quattro giorni. È in queste occasioni che si vede cos’è un partito di popolo. Perché la festa non è solo un momento di pubblicità esterna del partito, ma anche un fondamentale momento di crescita interna del partito. E la vera festa la fanno proprio i volontari.

[scritto per gdvi.it]

Lettera aperta ad Andrea Causin

20 marzo 2011

Gentile Andrea Causin,

in questo momento forse bisognerebbe parlare dei fatti drammatici della Libia o del Giappone, ma la sua decisione di lasciare il PD non ha lasciato indifferenti i tanti militanti di questo Partito.
Alcuni di noi l’hanno anche sostenuta quando due anni fa si candidò alla segreteria regionale di questo partito. Ci abbiamo tutti messo la faccia, impegnandoci e sostenendo le proprie idee all’interno del dibattito congressuale. Ora è molto difficile capire la sua decisione di lasciare il Partito a due anni dal quel congresso e ad un anno dalla sua elezione in Consiglio Regionale nelle liste del PD.
Chi scrive è stato spesso in disaccordo con la linea della dirigenza regionale e nazionale. Ha condiviso anche alcune delle sue critiche che l’hanno portata a dimettersi da vicesegretario regionale. La motivazione di non riconoscersi più in un partito a suo dire “social democratico” suona però alquanto pretestuosa. Perché non ha espresso il suo “disagio nello stare nel PD” prima delle Regionali? Forse perché allora le servivano i voti degli elettori del PD per conquistare il posto in Consiglio Regionale? È vero, lei non è un Calearo calato dall’alto in una lista bloccata, ma è stato eletto con le preferenze sulla scheda elettorale. Ma è anche vero che le settemila preferenze personali servono a poco senza l’impegno dei tanti militanti che l’hanno sostenuta e il voto dei centomila elettori che hanno scelto il Partito Democratico in Provincia di Venezia.
Per un giovane che si impegna in un partito fa male vedere comportamenti come il suo che sanno di vecchia politica. Lei ha utilizzato questo partito per farsi eleggere. Ora lo lascia, conservando però la poltrona in consiglio regionale.
Se non vuole più giocare, ci ridia almeno la palla.

Giuseppe Peronato

[scritto per gdvi.it]

Transizione

8 agosto 2010

Io spero, l’ho già detto, in un esecutivo che riscriva il “porcellum” e l’assetto dell’informazione televisiva. Al di là di quello che auspico, la previsione è un azzardo perché dipende dell’estensione e dalla forza della nuova ‘area di responsabilità istituzionale’. E dall’intelligenza del Partito democratico che, per favore, aiuti a creare questo governo di transizione, senza cercare di regolare per l’ennesima volta i conti tra le correnti del Pd. Che abbia un’idea chiara, magari ce la tenga nascosta, ma la porti avanti seriamente e con rigore. Non da pecioni, bruciando in anticipo gli eventuali candidati.

Intervista a Barbara Spinelli, Il Fatto Quotidiano, 7 agosto 2010

Un governo che non curasse in anticipo questi mali (informazione televisiva, legge elettorale che non premi sproporzionatamente un quarto dell’elettorato, soluzione del conflitto d’interessi) e che andasse alle urne sotto la guida di Berlusconi non ci darebbe elezioni libere, ma elezioni coerenti con questo regime e da esso contaminate.

Barbara Spinelli,  La Stampa, 8 agosto 2010

Sulle modifiche allo statuto: prime riflessioni.

11 maggio 2010

Il 21 e 22 di maggio l’Assemblea Nazionale del Partito Democratico sarà chiamata a votare delle modifiche allo Statuto nazionale. Salvatore Vassallo ha pubblicato sul suo blog il documento con le probabili modifiche su cui l’Assemblea dovrà esprimersi.

Queste le mie prime riflessioni.

Ad una prima lettura le perplessità maggiori stanno nel fatto che si ricorra a formule ambigue (“il PD con le forze politiche alleate, promuove il ricorso alle primarie di coalizione”) per disciplinare l’uso delle primarie. Lo statuto attuale in questo è molto più chiaro (“vengono in ogni caso selezionati col metodo delle primarie…”). Come è chiaro che moltissime volte questo stesso statuto non è stato rispettato. Penso ad esempio alle ultime regionali in Veneto. Fossero state fatte le primarie avremmo perso lo stesso, ma ora avremmo un vero leader d’opposizione, conosciuto dagli elettori e candidabile alle prossime elezioni. Ora è opportuno cancellare anche quest’ultimo chiaro e inappuntabile riferimento alle primarie dallo statuto nazionale? Io credo di no, perché le primarie sono l’unico modo a mio avviso per selezionare un candidato vincente, come i casi Firenze e Puglia ci insegnano. (e se invece va male, si perde almeno con un po’ di dignità…)

La seconda perplessità è sul numero di candidati ammessi alle primarie di coalizione. Se escludiamo il ricorso alle firme degli iscritti, di fatto le modifiche allo statuto limitano a massimo due candidati del PD la possibilità di correre alle primarie di coalizione. Io penso che questa norma sia parecchio limitante e mi piacerebbe capire per esempio cosa sarebbe successo alle primarie di Firenze con queste norme…

Forse non è un attacco alla costituency del Pd come alcuni hanno scritto, ma io non vedo  proprio in questo momento l’opportunità di cambiare le norme sulle primarie (in molti casi peggiorandole). Rischiamo veramente di fare l’ennesima figuraccia davanti agli elettori.

Per fortuna che ci sono i ventenni.

22 settembre 2009

Il figlio batte il padre. E forse lo convince.

Un senso a questa parola

18 settembre 2009

La sinistra è meglio farla con i programmi, anziché con gli slogan.

Edmondo Berselli, Il problema Bersani, «L’espresso», 24.09.2009

Ignazio è avanti

16 settembre 2009

Leggendo Luciano Gallino stamane mi sono chiesto dove ne avevo già sentito parlare di questo reddito di cittadinanza: lavoro, merito ed equità sociale. No, non è fantacomunismo. Sta scritto anche qui.

I cavalli che tornano a gara

14 giugno 2009

Scrive oggi Eugenio Scalfari su “Repubblica”:

Ci sono almeno tre esigenze generalmente avvertite: la prima è quella di radicare il partito nel territorio, la seconda è di selezionare una classe dirigente nuova, la terza riguarda la vecchia nomenclatura composta da quelli che guidarono i vari spezzoni confluiti nel Pd. I membri di quella nomenclatura non sono affatto da ostracizzare; rappresentano tuttora un deposito di esperienze, memorie, valori. Ma dovrebbero riporre ambizioni e pretese rassegnandosi ad un ruolo che resta peraltro di notevole importanza: ruolo di padri e di zii, ruolo di saggezza e incoraggiamento, non di comando e di intervento.
Quando Veltroni si dimise, con lui fece un passo indietro l’intero vecchio gruppo dirigente e questo fu l’aspetto positivo di quella drammatica ma ormai necessaria decisione. Sembra tuttavia che ora quel collettivo passo indietro sia rimesso in discussione e si riaccendano tra gli zii sentimenti di rivalsa e nuovi fuochi di battaglia.
“Come cavallo che uso alla vittoria / a tarda giovinezza e controvoglia / tra carri veloci torna a gara”: così cantava Ibico. Controvoglia non so, ma certo il tornare a gara di tutta la vecchia nomenclatura sbarra la strada al necessario rinnovamento e riaccende eterne dispute che un corpo sano e robusto potrebbe sopportare ma un corpo debilitato non tollera rischiando la sua stessa sopravvivenza.

Non so, in realtà, se siano tanto “usi alla vittoria” questi cavalli della vecchia nomenklatura. Fino ad adesso solo Romano Prodi è riuscito a battere (per ben due volte) il Cavaliere. Ora Prodi – giustamente – si è fatto da parte. Quanto dobbiamo aspettare perché anche gli altri vecchi lascino il posto a qualche volto nuovo? In fondo, l’elettorato l’ha fatto capire in tutti i modi che vuole il rinnovamento. Basta guardare alle primarie di Firenze o ai risultati della Serracchiani nella circoscrizione nordest. Oppure all’ennesimo sondaggio che gira sul web sul futuro leader del PD. Bindi, Bersani, Cacciari, Chiamparino, De Benedetti, Finocchiaro, Franceschini, Letta, Melandri, Prodi, Renzi, Rutelli, Serracchiani, Veltroni. Indovinate chi vince?

Il voto di chi non vota

6 aprile 2008

Manifesto elettorale 1948A sessant’anni dalle prime elezioni politiche della storia repubblicana, l’astensionismo rimane ancora un problema. Nonostante l’Italia abbia un tasso di affluenza alle urne superiore alla media dei paesi più avanzati, il non-voto è determinante per l’esito delle elezioni. Se possiamo dirci fortunati rispetto agli Stati Uniti d’America, una democrazia in cui vota solo il 40% degli aventi diritto, l’astensionismo è comunque una grande incognita. Il non-voto, lo dicono tutti i sondaggisti, può veramente determinare la vittoria o la sconfitta di uno schieramento. E se nel ’48 gli indecisi erano orientati verso la destra, oggi succede l’opposto.
L’antipolitica a quel tempo richiamava i voti della destra critica nei confronti della DC. Gli insofferenti avevano, però, un partito, l’Uomo Qualunque. O meglio un non-partito, nato nel ’46 e sciolto all’indomani delle elezioni del ’48, in cui si era presentato con i liberali all’interno del Blocco Nazionale. ll suo leader, Guglielmo Giannini aveva pure molte somiglianze con Beppe Grillo. Di professione era attore. Non aveva un blog, ma un popolare giornale; aveva molti seguaci, che si riunivano nei “nuclei qualunquisti”, gli odierni meet-up; storpiava pure lui i nomi dei politici e si riconosceva nel motto “abbasso tutti”. Qualunquista, appunto. Le somiglianze, però, finiscono qui. Il suo giornale fu chiuso perché considerato filo-fascista. Il partito morì nel giro di due anni, i suo voti assorbiti dai liberali e dal nascente MSI.
Fu proprio la scelta di fare un partito che determinò la morte la morte del movimento qualunquista. Oggi, Beppe Grillo è stato più furbo. Non si è presentato alle elezioni politiche, che di certo avrebbero decretato la sconfitta del suo partito, ma solo a quelle amministrative. L’azione contestatrice di Grillo si è invece mossa nella direzione dell’astensionismo attivo. A differenza dell’astensionismo tradizionale, formato perlopiù da indifferenti alla vita politica, l’astensionismo attivo interessa una fascia della popolazione informata e spesso politicamente coinvolta. Ilvo Diamanti li suddivide in tre categorie principali: i vaffa (i grillini, appunto), i tradizionalisti (orfani della DC e del PCI) e i radical (insofferenti della politica veltroniana, troppo ma-anchista). A differenza, del ’48 rappresentano, per la maggior parte, mancati elettori della sinistra, specie del Partito Democratico. Se molti indecisi – i delusi dal governo Prodi Manifesto elettorale 1948– forse alla fine andranno alle urne, gli astensionisti attivi alle urne ci andranno eventualmente per rifiutare la scheda, il nuovo fenomeno pubblicizzato dalla Rete.
Nel ’48 era la DC a temere il non-voto delle classi popolari: la propaganda basata sul pericolo rosso (Berlusconi non si è inventato nulla) era destinata proprio a queste persone. Oggi è Veltroni a lottare contro l’astensionismo, cercando di rompere con il passato ed i tradizionali schemi politici. Riconquistare gli indecisi è la sfida dell’ultima settimana di campagna elettorale.