Archive for the 'Scuola' Category

Sulla scuola /1

25 settembre 2008

Il ministro Gelmini aveva iniziato bene. Molti, anche da sinistra, avevano appoggiato le sue proposte sul merito. Sembrava di essere ritornati ad una grande stagione di riforme sulla scuola, come quella di Luigi Berlinguer ai tempi del primo governo Prodi.
E invece, con l’estate, tutte le aspettative si sono rivelate sbagliate. La riforma della scuola del Ministro Gelmini non è che un misero decreto legge, con provvedimenti di facciata mirati a nascondere i pesanti tagli che gravano sulla scuola pubblica. Tagli a tutta la scuola, anche a quella che funziona.
Partendo dalle elementari. La reintroduzione del maestro unico è una scelta che guarda solo al risparmio economico. In questo modo si diminuiscono le ore settimanali (da 27 a 24) e vengono aboliti molti indirizzi a tempo pieno. Tagli pesanti ed ingiustificati se si guardano i risultati della nostra scuola elementare. Nella classifica dell’indagine IEA PIRLS 2006, che valuta la reading literacy (comprensione del testo) al quarto anno di scuola, l’Italia è ai primi posti, davanti a tutti i principali stati europei. Il punteggio degli studenti italiani al penultimo anno delle elementari è significativamente più alto della media internazionale, con un’età media dei bambini partecipanti più bassa di tutti gli altri paesi (la scuola dell’obbligo da noi inzia prima). Nonostante la scuola elementare italiana sia quindi a livelli d’eccellenza, il Ministro Gelmini non esita a fare qui i tagli più pesanti, scardinando il sistema educativo che ha portato l’Italia ad ottimi risultati.
Non si va invece a fare una vera riforma là dove la scuola italiana effettivamente non funziona. La tristemente famosa indagine OCSE PISA boccia gli studenti italiani al secondo anno di scuola superiore, tanto nelle materie scientifiche quanto nella comprensione del testo. Se a nove anni eravamo tra i primi, a quindici anni siamo tra gli ultimi in classifica. Una disfatta della scuola italiana, che si verifica a partire dalla scuola media e che continua fino a tutte le superiori.
Tra le cause vi è sicuramente anche la scarsa considerazione della professione di insegnante. È inutile, però, invocare degli stipendi più alti per i professori, come faceva Citati su Repubblica alcuni giorni fa. Non è certo un aumento generalizzato dei salari che renderà la scuola italiana una scuola di qualità. Gli stipendi sono adeguati al numero di ore esiguo dei professori. Il problema della nostra scuola è che lo stesso stipendio se lo portano a casa tutti, chi se lo merita e chi no. Senza meritocrazia, che significa valutazione (da parte dei dirigenti scolastici?) della preparazione e della propensione all’atteggiamento dei docenti, la scuola difficilmente migliorerà. [1-continua]

La divisa

5 luglio 2008

La proposta del ministro Gelmini di introdurre la divisa non è nuova. La questione fa discutere, a destra e a sinistra. Per il ministro, la divisa a scuola sarebbe soprattutto un fatto di “eguaglianza sociale”. In effetti, in una classe si nota subito chi può permettersi i vestiti firmati e chi no. Chi non ha la griffe, specie nelle scuole più elitarie, rischia di trovarsi a disagio. Pochi giorni fa la notizia di una ragazza che avrebbe venduto ai compagni foto intime per comprarsi vestiti firmati. Caso limite, certo, ma che deve far riflettere: il problema esiste, anche se spesso si risolve semplicemente nel conformismo. Anche i genitori meno abbienti, infatti, di fronte alle insistenti richieste dei figli, acconsentono a comprare qualche capo di marca. Il risultato: il dilagare di capi identici, come la felpa di Paul Frank.

La divisa, in realtà, non è mai stata obbligatoria in Italia, almeno nella scuola post-gentiliana. La riforma del ’25, infatti, prevedeva solamente un abbigliamento consono all’ambiente scolastico. Una dizione assai vaga, che significava in pratica giacca e cravatta per i maschi e grembiule monacale per le ragazze. Così fino al ’68. Poi la rivoluzione, che è passata anche attraverso il modo di vestire sui banchi. Fino ai giorni nostri, in cui a dettare la moda, ad imporre la griffe è una logica di branco.

In ogni caso, a scuola il ricco si è sempre distinto nell’abbigliamento. Negli anni ’60 vestiva un maglioncino di cashmere, oggi i jeans di Dolce e Gabbana. Dove invece la rivoluzione dei costumi non è mai arrivata, soprattutto nei paesi anglosassoni, regna ancora la divisa.  Alla mattina orde di ragazzini raggiungono le le scuole con le rispettive uniformi. Anche a sei anni in giacca e cravatta. Ma così è normale, non se ne stupisce nessuno. Anche qui, però, l’uguaglianza è solo apparente. Le divise non sono tutte uguali. La mise dei più abbienti si riconosce subito. Come anche il tipo di scuola, marchiato sull’uniforme, ci informa sullo status della famiglia.

La divisa, insomma, è solo un modo per non guardare ai problemi veri della scuola. Non appartiene alla nostra cultura e probabilmente non risolverebbe nessun problema. D’altronde, i vestiti firmati, se sono ovviamente “consoni all’ambiente scolastico”, non sono certo un problema. Basta non fare diventare anch’essi una divisa.

Perché statale e lavoratore non diventi un ossimoro

6 dicembre 2007

Montezemolo ha detto che gli assenteisti del pubblico impiego riducono il PIL di un punto percentuale. Questa uscita del sempre più politico leader della Confindustria non è proprio piaciuta ai sindacati. Il problema, però, esiste, anche se non è l’unica causa del declino economico dell’Italia. La Confindustria, in particolare, farebbe meglio a guardare alle responsabilità dei propri associati: imprenditori che non investono nell’innovazione, che gridano alla crisi e all’assalto dei cinesi ma non fanno nulla per ritornare competitivi sul mercato, se non tagliare i dipendenti.
In ogni caso, la scarsa produttività della pubblica amministrazione è sotto gli occhi di tutti. Poco tempo fa, un giornalista di Repubblica denunciava come un ufficio dell’anagrafe di Roma avesse deciso anticipare di un giorno il ponte dei morti. Ufficialmente, però, impiegati e dirigenti erano tutti in malattia. Casi come questo sono all’ordine del giorno.
La scuola italiana è forse il settore in cui la malattia della pubblica amministrazione è più evidente. La più grande azienda del mondo per numero di addetti (oltre un milione) risente molto della mancanza di regole meritocratiche. Insegnanti che non lavorano hanno stessa retribuzione e stessa paga di chi mette anima e corpo nel proprio lavoro. I dirigenti della scuola (presidi, ispettori, ex provveditori) non hanno alcun strumento per distinguere chi lavora e chi no, né ce lo ha alcun ente indipendente, come invece accade in altri paesi.
La speranza è che siano gli insegnanti stessi a chiedere di essere valutati (e pagati) per quello che sanno e riescono a trasmettere agli studenti. Purtroppo questo non accade. Ogni tentativo di riforma (ultima quella di Berlinguer) in questo senso è stato bloccato da un’alzata di scudi di tutto il corpo docente italiano. Ora finalmente sono stati reintrodotti da Fioroni i concorsi biennali per l’insegnamento, dopo anni di precariato. Almeno entrerà solo chi se lo merita, non il primo in “lista di attesa”. Largo ai giovani che hanno voglia di lavorare.
Ma ci vuole di più. Gli statali dalla coscienza pulita devono chiedere di essere valutati nel proprio operato. Non deve essere una corsa a chi lavora di meno, ma a chi lavora meglio e di più.

L’ora di pensiero scientifico

30 novembre 2007

Un’ora di pensiero scientifico, al posto di quella di religione. E’ la proposta di Odifreddi e Veronesi, due scienziati che da sempre si battono per la laicità dello stato. Resterà probabilmente solo una provocazione, dato che in Italia un tale cambiamento è impossibile. La pressione della Chiesa su questo tema è fortissima, ed è facile capire il perché. L’ora di IRC è, di fatto, gestita dalla Chiesa, la quale, oltre a scegliere i programmi, nomina anche i docenti, pagati, però, dallo Stato. Insomma un’ora di catechismo (con rare eccezioni), a spese del contribuente.
Ma l’ora di pensiero scientifico sarebbe, più in generale, un grave attacco alla religio. La superstizione è presente a tutti i livelli della società, nei credenti come nei non credenti. La ratio scientifica lotta contro la fede bigotta, ma anche contro l’irrazionalità che si va rapidamente diffondendo. Troppi sono vittime della superstizione: chi va dalle maghe ma anche chi si cura con l’omeopatia e chi legge Harry Potter.
La proposta Odifreddi-Veronesi va quindi oltre la battaglia sulla laicità dello stato: la scuola deve insegnare ad usare la ragione, quasi una bestemmia per il Papa che ha bollato l’illuminismo come “speranza terrena fallita”.

Il fallimento delle tre i

5 settembre 2007

Che la scuola italiana stesse andando alla sfascio, si sapeva da un po’. Caso paradossale l’insegnamento dell’inglese: la Moratti, anziché aumentare le ore di insegnamento settimanali, le aveva addirittura diminuite, da tre a due e mezzo.
Il ministro Fioroni cerca ora di alzare gli standard qualitativi della scuola italiana, con un decreto che mira a rafforzare le materie formative di base. In primis la matematica, in cui siamo sempre più carenti. E se una mentalità a-scientifica si va sempre più diffondendo, è colpa anche della scuola. Qui dovremmo imparare a ragionare in modo logico e consequenziale, argomentando attraverso fatti e non parole. Un’adeguata conoscenza nell’ambito storico-geografico e nella sintassi sono poi un bagaglio culturale fondamentale che ogni buon sistema scolastico dovrebbe garantire fin dalla scuola primaria.
Da qui si riparta.