Archive for the 'società' Category

La seconda declinazione nel terzo millennio

23 settembre 2009

scortum, i, n., meterice, sgualdrina, Pl., Cic. e a.: scortorum cohors praetoria, una schiera di meretrici come coorte pretoria, Cic.

[via lo scorfano]

Convergenze pericolose

23 settembre 2009

Il velo non è un simbolo religioso, è un simbolo di oppressione.

Intervista a Daniela Santanchè a 28 minuti, Radio2. La frase è della conduttrice Barbara Palombelli.

Grand Paris

13 luglio 2009

«Il progetto di Sarkozy è scandaloso, è solo un’operazione immobiliare». Così meno due settimane fa Yona Friedman, parlando alla conferenza d’apertura dei workshop estivi dell’IUAV, aveva bollato il progetto di Grand Paris del Presidente francese Sarkozy. Venerdì scorso, nello stesso auditorium, c’era invece Winy Maas, invitato a parlare – tra le altre cose – del progetto di MVRDV su Grand Paris.

«La mancanza di spazio – ha esordito Maas – è uno dei grandi problemi con cui deve confrontarsi l’uomo del terzo millennio: se tutti i paesi avessero la stessa impronta ecologica degli Stati Uniti avremmo bisogno di più di quattro pianeti come il nostro». Dall’inizio della conferenza di Winy Maas appare subito chiaro che non parlerà di architettura. Il tema dell’incontro infatti sono le megacittà del futuro e il ruolo dell’urbanistica nel disegno della società dei prossimi decenni. «L’urbanistica – spiega Maas – è parlare di priorità nell’utilizzo dello spazio, fissando criteri per il suo utilizzo il più possibile condivisi e lontani da ogni individualismo». La sua analisi sulla quantità di territorio che va sprecato è impietosa. Per questo, secondo Maas, dobbiamo ripensare il nostro tradizionale modo di sfruttare (e di sprecare) il territorio, a partire proprio dalle città.
Il concorso di Sarkozy ha acceso – come è giusto – un dibattito. Yona Friedman l’ha duramente contestato, perché non tiene conto della dimensione europea. L’Europa si sta trasformando in un’unica grande città, mentre Sarkozy ha in mente la Grande Parigi come unica grande metropoli del continente.

«Con i progetti di Grand Paris – sostiene invece Maas – non ci confrontiamo solo su un’idea di città, ma di un’idea di società per il futuro». Per l’architetto e urbanista olandese, la discussione intorno al progetto di Sarkozy è un fatto positivo, uno dei pochi casi in cui la politica ha cercato di porsi questo problema. Ma la Francia non è nuova a questi progetti. «Il Plan voisin di Le Corbusier, la Ville spatiale di Yona Friedman, Paris sous la Seine di Paul Maymont sono tutti progetti visionari che sono stati poi fermati dallo scetticismo che paralizza la Francia». L’unica vera riorganizzazione urbanistica che è stata attuata a Parigi è quella del barone Haussmann sotto Napoleone III. Dal secondo impero alla quinta repubblica tutti i grandi progetti sono falliti. Dopo Mitterand, ci riprova oggi Sarkozy con il concorso cui hanno partecipato MVRDV ed altri nove grandi studi internazionali. In realtà, molte delle proposte fatte in questa occasione non sono del tutto nuove. Anche il piano di MVRDV riprende in parte i progetti di Le Corbusier o dello stesso Friedman. Il pregio di questo concorso è quello, però, di rendere l’analisi urbanistica più scientifica e – ovviamente – più vicina alle problematiche del terzo millennio.

E se la crisi economica non sembra il momento più adatto per ripensare una metropoli come Parigi, Maas assicura: «La crisi ci può aiutare». Oggi più di ieri, infatti, diventa necessario guardare al futuro per rivedere i nostri modi di concepire la società. E questo deve avvenire anche attraverso l’urbanistica.

Tra satira e politica

13 luglio 2008

Quando i comici si trasformano in politici, quando iniziano ad arringare la folla sull’onda del successo, quando usano la satira per trovare consensi, inevitabilmente anche una manifestazione dagli intenti assolutamente condivisibili degenera in uno spettacolo imbarazzante e controproducente. Quello che è avvenuto a Piazza Navona ne è la riprova.

Protestare contro l’ennesima legge ad personam, contro un premier che si occupa solamente delle sue vicende giudiziarie personale è un diritto sacrosanto. Questo volevano, principalmente, le ottantamila persone che hanno risposto all’appello dell’Italia dei Valori e di Micromega e sono scese in piazza per manifestare. Il palco della manifestazione, però, non è stato all’altezza del compito. Un po’ era prevedibile, e, infatti, la scelta di Walter Veltroni di non partecipare è stata, a posteriori, lungimirante. Di Pietro, di fronte alla folla aizzata dai vari Guzzanti e Grillo, si è trovato un po’ imbarazzato. Non poteva ricusare quella piazza, costituita in gran parte da suoi elettori, ma di certo non si è trovato a suo agio quando venivano attaccati il Papa e il Presidente della Repubblica.

Parlare schiettamente, infatti, non vuol dire trascendere i limiti della decenza che spettano al politico. Se l’indignatio è da secoli una delle muse della satira, se pure la sboccataggine è uno degli ingredienti propri del linguaggio satirico, la politica deve comunicare in modo diverso. E il comico dovrebbe esserne consapevole. Il suo compito è smascherare i vizi della politica, denunciarne le mancanze, prendere in giro il politichese. La separazione tra satira e politica deve essere netta, altrimenti non si può più parlare di satira. Grillo e la Guzzanti hanno perso ogni vis comica, utilizzando il linguaggio della satira per fare politica. Da qui alla demagogia il passo è breve. È molto pericoloso, infatti, utilizzare il consenso popolare per far leva sulla “crisi di rappresentanza” diffusa tra la gente. Si cade inevitabilmente nell’antipolitica, pericolosa tanto quanto la politica corrotta che la vera satira deve denunciare.

D’altronde, la tentazione di fare politica per un comico è fortissima. Lo racconta bene Michele Serra, parlando dell’esperienza di Cuore. Sull’onda del consenso popolare, il comico tende a riempire il vuoto che la politica ha lasciato tra la gente. La Redazione di Cuore – scrive Serra – è riuscita a non cedere a questa tentazione per la consapevolezza che “il linguaggio della politica era troppo differente, per fini e per mezzi, dal nostro. Non voglio dire migliore o peggiore: diverso, profondamente diverso.” E se i comici, come tutti i cittadini, hanno diritto di fare politica, “non possono pretendere che la politica, che ha una sua grammatica e una sua sintassi, accetti una colonizzazione culturale così impetuosa e immediata, saltando tre o quattro passaggi logici in un battere di mani. Non possono confondere il loro successo (meritato) con il consenso politico, che è una stratificazione faticosa almeno quanto il successo artistico.”

Il comico che si fa politico tende poi ad acquisire alcuni dei difetti propri della politica, quello di confondere gli ambiti. Che c’azzecca il Papa con le leggi ad personam? Una volta tanto (ma forse questa volta sarebbe stato utile) non ha detto neanche la sua. Che c’azzecca anche il Presidente Napolitano? Più lo si tira per la giacca, meno può fare, nei suoi limitati poteri, per proteggere lo Stato dagli assalti della destra. E questi attacchi, oltre che immotivati, sono anche assolutamente controproducenti. Dimostrano cosa accade quando la satira si sostituisce alla politica. Di Pietro se ne renda conto e ritorni a fare politica.

La divisa

5 luglio 2008

La proposta del ministro Gelmini di introdurre la divisa non è nuova. La questione fa discutere, a destra e a sinistra. Per il ministro, la divisa a scuola sarebbe soprattutto un fatto di “eguaglianza sociale”. In effetti, in una classe si nota subito chi può permettersi i vestiti firmati e chi no. Chi non ha la griffe, specie nelle scuole più elitarie, rischia di trovarsi a disagio. Pochi giorni fa la notizia di una ragazza che avrebbe venduto ai compagni foto intime per comprarsi vestiti firmati. Caso limite, certo, ma che deve far riflettere: il problema esiste, anche se spesso si risolve semplicemente nel conformismo. Anche i genitori meno abbienti, infatti, di fronte alle insistenti richieste dei figli, acconsentono a comprare qualche capo di marca. Il risultato: il dilagare di capi identici, come la felpa di Paul Frank.

La divisa, in realtà, non è mai stata obbligatoria in Italia, almeno nella scuola post-gentiliana. La riforma del ’25, infatti, prevedeva solamente un abbigliamento consono all’ambiente scolastico. Una dizione assai vaga, che significava in pratica giacca e cravatta per i maschi e grembiule monacale per le ragazze. Così fino al ’68. Poi la rivoluzione, che è passata anche attraverso il modo di vestire sui banchi. Fino ai giorni nostri, in cui a dettare la moda, ad imporre la griffe è una logica di branco.

In ogni caso, a scuola il ricco si è sempre distinto nell’abbigliamento. Negli anni ’60 vestiva un maglioncino di cashmere, oggi i jeans di Dolce e Gabbana. Dove invece la rivoluzione dei costumi non è mai arrivata, soprattutto nei paesi anglosassoni, regna ancora la divisa.  Alla mattina orde di ragazzini raggiungono le le scuole con le rispettive uniformi. Anche a sei anni in giacca e cravatta. Ma così è normale, non se ne stupisce nessuno. Anche qui, però, l’uguaglianza è solo apparente. Le divise non sono tutte uguali. La mise dei più abbienti si riconosce subito. Come anche il tipo di scuola, marchiato sull’uniforme, ci informa sullo status della famiglia.

La divisa, insomma, è solo un modo per non guardare ai problemi veri della scuola. Non appartiene alla nostra cultura e probabilmente non risolverebbe nessun problema. D’altronde, i vestiti firmati, se sono ovviamente “consoni all’ambiente scolastico”, non sono certo un problema. Basta non fare diventare anch’essi una divisa.

Il voto di chi non vota

6 aprile 2008

Manifesto elettorale 1948A sessant’anni dalle prime elezioni politiche della storia repubblicana, l’astensionismo rimane ancora un problema. Nonostante l’Italia abbia un tasso di affluenza alle urne superiore alla media dei paesi più avanzati, il non-voto è determinante per l’esito delle elezioni. Se possiamo dirci fortunati rispetto agli Stati Uniti d’America, una democrazia in cui vota solo il 40% degli aventi diritto, l’astensionismo è comunque una grande incognita. Il non-voto, lo dicono tutti i sondaggisti, può veramente determinare la vittoria o la sconfitta di uno schieramento. E se nel ’48 gli indecisi erano orientati verso la destra, oggi succede l’opposto.
L’antipolitica a quel tempo richiamava i voti della destra critica nei confronti della DC. Gli insofferenti avevano, però, un partito, l’Uomo Qualunque. O meglio un non-partito, nato nel ’46 e sciolto all’indomani delle elezioni del ’48, in cui si era presentato con i liberali all’interno del Blocco Nazionale. ll suo leader, Guglielmo Giannini aveva pure molte somiglianze con Beppe Grillo. Di professione era attore. Non aveva un blog, ma un popolare giornale; aveva molti seguaci, che si riunivano nei “nuclei qualunquisti”, gli odierni meet-up; storpiava pure lui i nomi dei politici e si riconosceva nel motto “abbasso tutti”. Qualunquista, appunto. Le somiglianze, però, finiscono qui. Il suo giornale fu chiuso perché considerato filo-fascista. Il partito morì nel giro di due anni, i suo voti assorbiti dai liberali e dal nascente MSI.
Fu proprio la scelta di fare un partito che determinò la morte la morte del movimento qualunquista. Oggi, Beppe Grillo è stato più furbo. Non si è presentato alle elezioni politiche, che di certo avrebbero decretato la sconfitta del suo partito, ma solo a quelle amministrative. L’azione contestatrice di Grillo si è invece mossa nella direzione dell’astensionismo attivo. A differenza dell’astensionismo tradizionale, formato perlopiù da indifferenti alla vita politica, l’astensionismo attivo interessa una fascia della popolazione informata e spesso politicamente coinvolta. Ilvo Diamanti li suddivide in tre categorie principali: i vaffa (i grillini, appunto), i tradizionalisti (orfani della DC e del PCI) e i radical (insofferenti della politica veltroniana, troppo ma-anchista). A differenza, del ’48 rappresentano, per la maggior parte, mancati elettori della sinistra, specie del Partito Democratico. Se molti indecisi – i delusi dal governo Prodi Manifesto elettorale 1948– forse alla fine andranno alle urne, gli astensionisti attivi alle urne ci andranno eventualmente per rifiutare la scheda, il nuovo fenomeno pubblicizzato dalla Rete.
Nel ’48 era la DC a temere il non-voto delle classi popolari: la propaganda basata sul pericolo rosso (Berlusconi non si è inventato nulla) era destinata proprio a queste persone. Oggi è Veltroni a lottare contro l’astensionismo, cercando di rompere con il passato ed i tradizionali schemi politici. Riconquistare gli indecisi è la sfida dell’ultima settimana di campagna elettorale.

Il dovere di partecipare

9 marzo 2008
Gli elettori e specialmente i giovani, le donne e gli anziani che sono i segmenti più esclusi dai circuiti della sicurezza e del benessere, sono in grado di scegliere. Senza la loro attiva partecipazione non c’è progetto che sia attuabile. Restare sulla riva a guardare ciò che avverrà come se in gioco non ci fosse il loro stesso destino, significa soltanto rinunciare a render possibile un progetto di futuro. Questo è il senso vero dello scontro in atto tra due proposte e questa è la posta in gioco: il nostro, il vostro destino di cittadini e di nazione.
Eugenio Scalfari

Natale val bene una messa

27 dicembre 2007
Sembra sia diventato di moda andare a messa, almeno a Natale. In preda ad una crisi mistica, molti, fino a poco tempo fa atei dichiarati, vanno a messa almeno per un giorno. Si uniscono così ai tantissimi “cattolici credenti, ma non praticanti”, come si usa dire, che vanno a messa solo a Natale e Pasqua (oltre a funerali e matrimoni).
Il fenomeno della “riconversione” è iniziato qualche anno fa, da quando Giuliano Ferrara si è fatto portavoce degli atei devoti, tra le cui fila si annovera anche l’ex presidente del Senato. Da allora la spiritualità è diventata un fattore distintivo e chi non ce l’ha è sorpassato. Piano piano tutti i politici tradizionalmente atei e/o anticlericali hanno dichiarato di avere una certa sensibilità religiosa. Perfino Bertinotti non è immune da questa tarda conversione, mentre Veltroni, dal canto suo, ha detto di ammirare chi crede. Non è dato sapere se in questi cambiamenti ci sia convinzione profonda o solo convenienza politica.
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Sul caso Binetti si rimanda all’autorevolezza di Eugenio Scalfari. Una proposta per lo statuto del PD: per non ferire troppo le coscienze dei cattolici si potrebbe aggiungere la clausola che chi crede nei “miracoli parlamentari” viene automaticamente espulso dal partito.