Archive for the 'Nessuna categoria' Category

Una caldaia per tutti (o tutti per una caldaia?)

7 luglio 2012

La caldaia è il principale strumento di produzione di energia termica che abbiamo nelle nostre case. Ciononostante l’attenzione dei media verso la sostenibilità energetica negli edifici (responsabili di circa 1/3 delle emissioni di gas serra) è spesso più attratta verso tecnologie come il fotovoltaico o il solare termico. Le caldaie in genere, anche se ad alto rendimento come quelle di ultima generazione a condensazione, fanno meno notizia, oppure lo fanno nel modo sbagliato.

Ancora oggi, ad esempio, negli annunci immobiliari si legge spesso “impianto di riscaldamento autonomo” come un elemento di pregio per un’abitazione. Questo è un falso luogo comune che ha radici lontane. A partire dalla crisi petrolifera degli anni ’70 che ha portato all’utilizzo prevalente del gas metano per il riscaldamento domestico, sono state introdotte sul mercato le caldaie di tipo murale che, fino a 35 KW di potenza, possono essere portate anche all’interno dei nostri appartamenti senza particolari accorgimenti. E dato che allora non erano ancora diffusi gli strumenti per monitorare i consumi che abbiamo oggi, gli impianti autonomi sono stati preferiti rispetto a quelli di tipo condominiale, perché lasciavano ad ogni appartamento il pieno controllo sull’accensione dell’impianto e sulla temperatura dell’ambiente, con una conseguente diminuzione degli sprechi dovuti alla gestione collettiva.

Ma è vero che un impianto autonomo è conveniente rispetto ad uno centralizzato? Per i nuovi impianti è vero il contrario. Esistono infatti sistemi per controllare l’utilizzo del riscaldamento per le singole unità abitative che permettono di avere il controllo sui consumi (e quindi anche sulle bollette) in base al reale utilizzo dell’impianto da parte di ogni condomino. I contatori individuali sono obbligatori per gli edifici con riscaldamento centralizzato realizzati dopo il 13 maggio 2000. La gestione condominiale non è più quindi sinonimo di spreco, perché ognuno viene responsabilizzato sui propri consumi energetici. L’impianto centralizzato permette inoltre di avere caldaie di maggiore potenza, che hanno in genere un rendimento più alto rispetto agli impianti autonomi. Il che equivale ad un utilizzo più efficiente dell’energia e ad un risparmio sulla bolletta del gas. Diminuiscono infine i costi di manutenzione, che possono essere divisi per tutti i condomini, e aumenta in generale la sicurezza generale degli impianti, con una diminuzione dei punti di fiamma all’interno dell’edificio. Tutti pregi questi dei tanto vituperati impianti centralizzati, che invece, con le dovute accortezze, possono portare molti miglioramenti sia dal punto di vista dell’efficienza energetica che da quello della convenienza economica.

Ma rispetto alla caldaia centralizzata si può fare un passo ancora più avanti verso una gestione collettiva dell’energia, più sostenibile e più economica. È il caso del teleriscaldamento, che è già sperimentato con successo in molte città. Con questi impianti, le tradizionali caldaie vengono sostituite da centrali a cogenerazione che servono interi quartieri. Queste centrali hanno un’efficienza energetica molto più alta, perché permettono di produrre oltre all’energia termica anche energia meccanica. La prima viene poi distribuita ai condomini, in genere sotto forma di acqua calda, tramite tubazioni sotterranee, mentre la seconda può essere trasformata in elettricità e immessa in rete. A livello di riscaldamento domestico, questo sistema permette recuperare  spazio all’interno dei nostri edifici e tagliare i costi di gestione. Non è più necessario avere una caldaia interna all’edificio, ma basta un semplice scambiatore di calore che trasferisce l’energia termica dalla rete di teleriscaldamento all’impianto domestico. E no, non bisogna andare nel nord Europa per trovare il teleriscaldamento, c’è anche a Vicenza.

scritto per dATI

Annunci

Sulla scuola /1

25 settembre 2008

Il ministro Gelmini aveva iniziato bene. Molti, anche da sinistra, avevano appoggiato le sue proposte sul merito. Sembrava di essere ritornati ad una grande stagione di riforme sulla scuola, come quella di Luigi Berlinguer ai tempi del primo governo Prodi.
E invece, con l’estate, tutte le aspettative si sono rivelate sbagliate. La riforma della scuola del Ministro Gelmini non è che un misero decreto legge, con provvedimenti di facciata mirati a nascondere i pesanti tagli che gravano sulla scuola pubblica. Tagli a tutta la scuola, anche a quella che funziona.
Partendo dalle elementari. La reintroduzione del maestro unico è una scelta che guarda solo al risparmio economico. In questo modo si diminuiscono le ore settimanali (da 27 a 24) e vengono aboliti molti indirizzi a tempo pieno. Tagli pesanti ed ingiustificati se si guardano i risultati della nostra scuola elementare. Nella classifica dell’indagine IEA PIRLS 2006, che valuta la reading literacy (comprensione del testo) al quarto anno di scuola, l’Italia è ai primi posti, davanti a tutti i principali stati europei. Il punteggio degli studenti italiani al penultimo anno delle elementari è significativamente più alto della media internazionale, con un’età media dei bambini partecipanti più bassa di tutti gli altri paesi (la scuola dell’obbligo da noi inzia prima). Nonostante la scuola elementare italiana sia quindi a livelli d’eccellenza, il Ministro Gelmini non esita a fare qui i tagli più pesanti, scardinando il sistema educativo che ha portato l’Italia ad ottimi risultati.
Non si va invece a fare una vera riforma là dove la scuola italiana effettivamente non funziona. La tristemente famosa indagine OCSE PISA boccia gli studenti italiani al secondo anno di scuola superiore, tanto nelle materie scientifiche quanto nella comprensione del testo. Se a nove anni eravamo tra i primi, a quindici anni siamo tra gli ultimi in classifica. Una disfatta della scuola italiana, che si verifica a partire dalla scuola media e che continua fino a tutte le superiori.
Tra le cause vi è sicuramente anche la scarsa considerazione della professione di insegnante. È inutile, però, invocare degli stipendi più alti per i professori, come faceva Citati su Repubblica alcuni giorni fa. Non è certo un aumento generalizzato dei salari che renderà la scuola italiana una scuola di qualità. Gli stipendi sono adeguati al numero di ore esiguo dei professori. Il problema della nostra scuola è che lo stesso stipendio se lo portano a casa tutti, chi se lo merita e chi no. Senza meritocrazia, che significa valutazione (da parte dei dirigenti scolastici?) della preparazione e della propensione all’atteggiamento dei docenti, la scuola difficilmente migliorerà. [1-continua]

Sul futuro del Dal Molin decidono i Vicentini

10 luglio 2008

Sul futuro del Dal Molin decidono i Vicentini

Posted using ShareThis