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Fare cassa a spese del paesaggio

6 novembre 2011

Poche settimane fa ho ascoltato le bellissime proposte di Prossima Italia, l’evento organizzato da Pippo Civati e Debora Serracchiani a Bologna. Per la prima volta da tempo, ho letto delle idee concrete in materia di urbanistica e tutela del paesaggio che abbiano un respiro nazionale. Su queste materie, in Italia abbiamo ormai delegato quasi tutto a regioni ed enti locali. Rimangono solo le soprintendenze, l’ultimo baluardo di quello Stato che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” come recita l’articolo 9 della Costituzione, con un ruolo che è però sempre più limitato dal taglio agli organici e alle competenze.
Le proposte di Prossima Italia pongono l’attenzione – tra le altre cose – sull’uso degli oneri di urbanizzazione da parte dei comuni. Nell’elenco delle azioni necessarie nell’ambito della politica nazionale, si chiede infatti di “modificare il regime degli oneri di urbanizzazione, vietando il loro uso per la parte di spesa corrente dei bilanci degli enti locali, che devono trovare altre forme di finanziamento”.

Gli oneri di urbanizzazione fanno parte dei cosiddetti oneri concessori, vale a dire le tasse richieste dai comuni ai costruttori all’atto del rilascio della concessione edilizia (oggi permesso di costruire).
La legge Bucalossi (dal nome del ministro repubblicano che la promosse nel 1977) prevedeva che gli oneri concessori (oneri di urbanizzazione e contributo sul costo di costruzione) fossero vincolati “alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, all’acquisizione delle aree da espropriare per la realizzazione dei programmi pluriennali di cui all’art. 13, nonché, nel limite massimo del 30 per cento, a spese di manutenzione ordinaria del patrimonio comunale”.
Con il Testo Unico dell’Edilizia del 2001, Bassanini (centrosinistra…) trasforma la “concessione edilizia” in “permesso di costruire” e abolisce quel vincolo introdotto da Buccalossi rendendo quindi possibile per i Comuni destinare a spesa corrente gli introiti degli oneri di urbanizzazione e il contributo sul costo di costruzione.
Purtroppo, con l’abolizione dell’ICI la situazione finanziaria dei comuni è ulteriormente peggiorata, con un ricorso sempre maggiore ai proventi dei contributi di costruzione per far fronte alla spesa corrente. Con il risultato che gli enti locali usano il territorio oramai come un fondo a cui attingere per far fronte alla mancanza di altre entrate.

Con il recente Piano Casa approvato dalla Regione Veneto (ma in modo analogo hanno agito anche le altre regioni, indipendentemente dal colore politico), il contributo di costruzione è ridotto del 60% nel caso di interventi sulla prima casa. Il Comune di Vicenza (ma anche qui i vari comuni agiscono tutti in maniera simile), sta introducendo altri sconti per gli interventi previsti dal Piano Casa. “Per bilanciare le minori entrate per ciascuna pratica – spiega l’assessore competente -, confidiamo nell’arrivo di molte più domande rispetto al 2010. Gli oneri di costruzione che entrano nelle casse del Comune, del resto, sono in forte sofferenza. Basti pensare che solo qualche anno fa entravano 4 milioni di euro dall’Ici e 3-4 milioni dagli oneri per un totale di 7-8 milioni di euro. Oggi invece, senza l’Ici sulla prima casa e coi cantieri in calo, arriviamo al massimo a 2,5 milioni di euro. Ciononostante abbiamo avuto coraggio e abbiamo deciso di dare una spinta al settore con forti riduzioni sui contributi di costruzione”.
È chiaro da queste parole che gli enti locali utilizzano ormai i contributi di costruzione come delle normali tasse: soldi che servono unicamente per fare cassa, in una situazione economica che è diventata insostenibile per i bilanci comunali. Non c’è più traccia dei vincoli nobili che Bucalossi aveva introdotto. Come si farebbe infatti a scontare del 60% delle tasse che servirebbero per costruire ad esempio le strade e le fogne (urbanizzazione primaria) o scuole e ospedali (urbanizzazione secondaria)? Effettuare degli sconti così consistenti (e motivarlo con la decisione di “dare una spinta al settore”) equivale  infatti ad ammettere che quelle tasse non sono utilizzate per i fini per cui sono state pensate, ma solo per aumentare le entrate dei comuni.
Il Piano Casa (proposto dal governo, ma poi portato avanti autonomamente dalla regioni) non ha solo la colpa di allentare pericolosamente i vincoli sulle cubature realizzate (con aumenti in alcuni casi del 50%), ma rende anche esplicito l’uso distorto del contributo di costruzione che si è fatto dal 2001 in poi. E i comuni, con i contributi governativi ai minimi termini e senza più l’ICI (che era una delle imposte più giuste e federaliste, perché basata sul patrimonio e destinata esclusivamente al proprio Comune), ovviamente ricorrono ampiamente al contributo di costruzione per far fronte alla spesa corrente.
In molti casi poi, con l’uso indiscriminato della DIA in luogo del Permesso di Costruire avviato con questo Piano Casa, il controllo su quello che effettivamente si costruisce è ridotto al minimo. Bastano 30 giorni e poi vale il silenzio assenso. Come dire: costruite quello che volete, a noi interessano solo le entrate. A farne le spese sono ancora una volta le nostre città e il nostro paesaggio.
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