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Il diritto ad essere informati

21 dicembre 2007
In seguito alla pubblicazione dell’audio della telefonata tra Berlusconi e Saccà da parte de l’Espresso è riesplosa la polemica sulle intercettazioni. La preoccupazione di buona parte del mondo politico è ora quella di attaccare la magistratura che ha diffuso la telefonata e i giornalisti che l’hanno pubblicata. Non importa che l’intercettazione testimoni una collusione tra politica e informazione inaccettabile in una democrazia. Irrilevante il fatto che il capo dell’opposizione abbia tentato di corrompere senatori della maggioranza. Lo “squallore” – stando alle parole di Casini – sono le intercettazioni, non il loro contenuto. Perfino il Presidente della Camera, pur riconoscendo la gravità del fatto, critica la pubblicazione delle intercettazioni “che non devono essere usate per scopi politici”.
La trasparenza, come si è visto, non è una caratteristica della nostra politica. Troppo spesso si invoca la privacy, quando negli Stati Uniti (dove la privacy è stata inventata) tutto ciò che riguarda la politica è pubblico E quando qualcosa viene nascosto, scoppia subito uno scandalo (vedi Watergate). Perfino la vita privata dei politici è di dominio pubblico. La scappatella di Bill Clinton era materia di dibattito politico, perché egli non era un semplice cittadino, bensì il Presidente degli Stati Uniti.
Forse questo tipo di trasparenza è perfino esagerato, perché a volte può degenerare in una curiosità morbosa. In questo caso, però la vita privata non c’entra. È in ballo la sporavvivenza della democrazia, che vacilla di fronte agli attacchi del capo dell’opposizione. Per questo, i giornalisti hanno il dovere di rendere noto il contenuto di quelle intercettazioni, che dovrebbero essere pubbliche per legge. I cittadini, infatti, hanno diritto ad essere informati, perché solo così possono comportarsi da elettori responsabili.