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Tra satira e politica

13 luglio 2008

Quando i comici si trasformano in politici, quando iniziano ad arringare la folla sull’onda del successo, quando usano la satira per trovare consensi, inevitabilmente anche una manifestazione dagli intenti assolutamente condivisibili degenera in uno spettacolo imbarazzante e controproducente. Quello che è avvenuto a Piazza Navona ne è la riprova.

Protestare contro l’ennesima legge ad personam, contro un premier che si occupa solamente delle sue vicende giudiziarie personale è un diritto sacrosanto. Questo volevano, principalmente, le ottantamila persone che hanno risposto all’appello dell’Italia dei Valori e di Micromega e sono scese in piazza per manifestare. Il palco della manifestazione, però, non è stato all’altezza del compito. Un po’ era prevedibile, e, infatti, la scelta di Walter Veltroni di non partecipare è stata, a posteriori, lungimirante. Di Pietro, di fronte alla folla aizzata dai vari Guzzanti e Grillo, si è trovato un po’ imbarazzato. Non poteva ricusare quella piazza, costituita in gran parte da suoi elettori, ma di certo non si è trovato a suo agio quando venivano attaccati il Papa e il Presidente della Repubblica.

Parlare schiettamente, infatti, non vuol dire trascendere i limiti della decenza che spettano al politico. Se l’indignatio è da secoli una delle muse della satira, se pure la sboccataggine è uno degli ingredienti propri del linguaggio satirico, la politica deve comunicare in modo diverso. E il comico dovrebbe esserne consapevole. Il suo compito è smascherare i vizi della politica, denunciarne le mancanze, prendere in giro il politichese. La separazione tra satira e politica deve essere netta, altrimenti non si può più parlare di satira. Grillo e la Guzzanti hanno perso ogni vis comica, utilizzando il linguaggio della satira per fare politica. Da qui alla demagogia il passo è breve. È molto pericoloso, infatti, utilizzare il consenso popolare per far leva sulla “crisi di rappresentanza” diffusa tra la gente. Si cade inevitabilmente nell’antipolitica, pericolosa tanto quanto la politica corrotta che la vera satira deve denunciare.

D’altronde, la tentazione di fare politica per un comico è fortissima. Lo racconta bene Michele Serra, parlando dell’esperienza di Cuore. Sull’onda del consenso popolare, il comico tende a riempire il vuoto che la politica ha lasciato tra la gente. La Redazione di Cuore – scrive Serra – è riuscita a non cedere a questa tentazione per la consapevolezza che “il linguaggio della politica era troppo differente, per fini e per mezzi, dal nostro. Non voglio dire migliore o peggiore: diverso, profondamente diverso.” E se i comici, come tutti i cittadini, hanno diritto di fare politica, “non possono pretendere che la politica, che ha una sua grammatica e una sua sintassi, accetti una colonizzazione culturale così impetuosa e immediata, saltando tre o quattro passaggi logici in un battere di mani. Non possono confondere il loro successo (meritato) con il consenso politico, che è una stratificazione faticosa almeno quanto il successo artistico.”

Il comico che si fa politico tende poi ad acquisire alcuni dei difetti propri della politica, quello di confondere gli ambiti. Che c’azzecca il Papa con le leggi ad personam? Una volta tanto (ma forse questa volta sarebbe stato utile) non ha detto neanche la sua. Che c’azzecca anche il Presidente Napolitano? Più lo si tira per la giacca, meno può fare, nei suoi limitati poteri, per proteggere lo Stato dagli assalti della destra. E questi attacchi, oltre che immotivati, sono anche assolutamente controproducenti. Dimostrano cosa accade quando la satira si sostituisce alla politica. Di Pietro se ne renda conto e ritorni a fare politica.

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Il corteo

16 dicembre 2007

È stato un bel corteo quello di ieri a Vicenza contro l’ampliamento della base americana sull’area dell’aeroporto Dal Molin. Diversamente dalla manifestazione di febbraio è passata quasi inosservata dai media. La partecipazione però c’è stata, almeno quarantamila persone.
Purtroppo, quello che il sindaco Hüllweck tanto desiderava si è puntualmente verificato: le scritte sul nuovo teatro comparse alla fine della manifestazione. La televisione degli industriali (favorevoli alla base) non si è lasciata sfuggire l’occasione: metà del telegiornale di ieri era dedicato al deturpamento del teatro. Poco importa del bellissimo e pacifico corteo di cittadini contrari alla base. Quello che rimane, per TVA e il Comune, sono le scritte. E se basterà poco per cancellare quei segni, il gesto di chi li ha tracciati è comunque grave: l’unica nota stonata della giornata di ieri.
Ora si aspetta una moratoria. In ogni caso, se il governo non può venir meno agli accordi presi con gli americani, si può almeno cercare di spostare la base in un altro posto: più lontano dalla città e dalle falde che danno l’acqua a metà Veneto. Il problema è che fino ad ora nessuno ha ascoltato i vicentini che invano stanno protestando da oltre un anno. Basterebbe un referendum consultivo: anche senza il valore legale, avrebbe comunque un valore morale per chi ha venduto la città agli americani.