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La divisa

5 luglio 2008

La proposta del ministro Gelmini di introdurre la divisa non è nuova. La questione fa discutere, a destra e a sinistra. Per il ministro, la divisa a scuola sarebbe soprattutto un fatto di “eguaglianza sociale”. In effetti, in una classe si nota subito chi può permettersi i vestiti firmati e chi no. Chi non ha la griffe, specie nelle scuole più elitarie, rischia di trovarsi a disagio. Pochi giorni fa la notizia di una ragazza che avrebbe venduto ai compagni foto intime per comprarsi vestiti firmati. Caso limite, certo, ma che deve far riflettere: il problema esiste, anche se spesso si risolve semplicemente nel conformismo. Anche i genitori meno abbienti, infatti, di fronte alle insistenti richieste dei figli, acconsentono a comprare qualche capo di marca. Il risultato: il dilagare di capi identici, come la felpa di Paul Frank.

La divisa, in realtà, non è mai stata obbligatoria in Italia, almeno nella scuola post-gentiliana. La riforma del ’25, infatti, prevedeva solamente un abbigliamento consono all’ambiente scolastico. Una dizione assai vaga, che significava in pratica giacca e cravatta per i maschi e grembiule monacale per le ragazze. Così fino al ’68. Poi la rivoluzione, che è passata anche attraverso il modo di vestire sui banchi. Fino ai giorni nostri, in cui a dettare la moda, ad imporre la griffe è una logica di branco.

In ogni caso, a scuola il ricco si è sempre distinto nell’abbigliamento. Negli anni ’60 vestiva un maglioncino di cashmere, oggi i jeans di Dolce e Gabbana. Dove invece la rivoluzione dei costumi non è mai arrivata, soprattutto nei paesi anglosassoni, regna ancora la divisa.  Alla mattina orde di ragazzini raggiungono le le scuole con le rispettive uniformi. Anche a sei anni in giacca e cravatta. Ma così è normale, non se ne stupisce nessuno. Anche qui, però, l’uguaglianza è solo apparente. Le divise non sono tutte uguali. La mise dei più abbienti si riconosce subito. Come anche il tipo di scuola, marchiato sull’uniforme, ci informa sullo status della famiglia.

La divisa, insomma, è solo un modo per non guardare ai problemi veri della scuola. Non appartiene alla nostra cultura e probabilmente non risolverebbe nessun problema. D’altronde, i vestiti firmati, se sono ovviamente “consoni all’ambiente scolastico”, non sono certo un problema. Basta non fare diventare anch’essi una divisa.