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Perché statale e lavoratore non diventi un ossimoro

6 dicembre 2007

Montezemolo ha detto che gli assenteisti del pubblico impiego riducono il PIL di un punto percentuale. Questa uscita del sempre più politico leader della Confindustria non è proprio piaciuta ai sindacati. Il problema, però, esiste, anche se non è l’unica causa del declino economico dell’Italia. La Confindustria, in particolare, farebbe meglio a guardare alle responsabilità dei propri associati: imprenditori che non investono nell’innovazione, che gridano alla crisi e all’assalto dei cinesi ma non fanno nulla per ritornare competitivi sul mercato, se non tagliare i dipendenti.
In ogni caso, la scarsa produttività della pubblica amministrazione è sotto gli occhi di tutti. Poco tempo fa, un giornalista di Repubblica denunciava come un ufficio dell’anagrafe di Roma avesse deciso anticipare di un giorno il ponte dei morti. Ufficialmente, però, impiegati e dirigenti erano tutti in malattia. Casi come questo sono all’ordine del giorno.
La scuola italiana è forse il settore in cui la malattia della pubblica amministrazione è più evidente. La più grande azienda del mondo per numero di addetti (oltre un milione) risente molto della mancanza di regole meritocratiche. Insegnanti che non lavorano hanno stessa retribuzione e stessa paga di chi mette anima e corpo nel proprio lavoro. I dirigenti della scuola (presidi, ispettori, ex provveditori) non hanno alcun strumento per distinguere chi lavora e chi no, né ce lo ha alcun ente indipendente, come invece accade in altri paesi.
La speranza è che siano gli insegnanti stessi a chiedere di essere valutati (e pagati) per quello che sanno e riescono a trasmettere agli studenti. Purtroppo questo non accade. Ogni tentativo di riforma (ultima quella di Berlinguer) in questo senso è stato bloccato da un’alzata di scudi di tutto il corpo docente italiano. Ora finalmente sono stati reintrodotti da Fioroni i concorsi biennali per l’insegnamento, dopo anni di precariato. Almeno entrerà solo chi se lo merita, non il primo in “lista di attesa”. Largo ai giovani che hanno voglia di lavorare.
Ma ci vuole di più. Gli statali dalla coscienza pulita devono chiedere di essere valutati nel proprio operato. Non deve essere una corsa a chi lavora di meno, ma a chi lavora meglio e di più.

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